Un solo Pastore perfetto

Più cammino con Gesù, più sono affascinato dall’apostolo Paolo.

Oltre che dalle grandi dimostrazioni della potenza dello Spirito Santo e dai vasti territori che ha influenzato con la sua opera di evangelista, sono attratto dalla sua umanità. Egli è una delle figure più rivoluzionarie presenti nella Scrittura, eppure è anche una delle più accessibili e trasparenti.

La sua conversione mostra uno dei più interessanti contrasti tra il prima e il dopo il cambiamento, ma molti tratti del suo carattere restano intatti. Nelle sue lettere, Paolo non misura il linguaggio nel condividere le sue insicurezze, le sue frustrazioni e le sue sofferenze. Rimprovera a tutti gli effetti la chiesa di Corinto riguardo al suo diritto di ricevere sostegno finanziario dalle chiese, sebbene egli non lo chieda (1 Corinzi 9). In seguito parla della sua inadeguatezza, raddoppiando nello stesso tempo gli sforzi per difendersi dai soliti attacchi sulla legittimità del suo apostolato con un solido ragionamento pieno di paragoni poco lusinghieri e sottile sarcasmo (2 Corinzi 10–12). Critica aspramente Pietro per la sua ipocrisia in un modo che farebbe arrossire la maggior parte dei ministri del vangelo occidentali per la “mancanza di amore” dimostrata (Galati 2:11–14).

La sua umanità è inoltre visibile nei suoi rapporti con le chiese da lui fondate e che egli serviva. Nel racconto fatto da Luca dell’ultimo discorso di Paolo agli anziani di Efeso (Atti 20:17–38) c’è una scena toccante in cui Paolo esprime il suo affetto per la chiesa in parole e opere, dichiarando con fermezza che le sue azioni erano osservabili da quelli del suo gruppo. Affermando “queste mani hanno provveduto ai bisogni miei”, ci dà l’immagine di un leader che fa un altro lavoro per provvedere ai suoi bisogni, per non essere di peso alla chiesa. Sembra così umano.

Elaborando questo negli anni, rimango spesso disilluso quando considero la mia precedente visione dei leader cristiani.

Il Pastore Eroe

Crescendo in chiesa, pensavo che i pastori fossero dei leader eroici dotati di super-poteri, una sorta di esseri umani potenziati. Erano per me delle entità morali superiori che agivano senza possibilità di fallire e che non erano toccati dai problemi “comuni”. Sembrava che avessero sempre la risposta giusta e rivelatoria a ogni problema. I loro consigli erano assennati, il loro carattere era immacolato, e il loro intelletto irraggiungibile. Conoscevo poco, ero stato condizionato a non mettere mai in discussione le loro azioni, mentre sottili segnali dentro di me mi dicevano che ero al di sotto di loro. Indipendentemente dal motivo, ciò ebbe un pesante impatto sulla mia concezione di com’era fatto un pastore.

La maggioranza di noi porta con sé il proprio bagaglio su questo tema. In quanto uomini, abbiamo l’innata tendenza a esaltare il potere riconosciuto e ci lasciamo docilmente trasportare dall’influenza della gente. Molti di noi hanno avuto per guide persone che si circondano di un alone di mistero in stile papale e sottopongono quelli sotto la loro responsabilità a standard di obbedienza incentrati sull’uomo. Tra di noi ci sono anche quelli che, indipendentemente dalle intenzioni dei leader, devono ammettere di avere permesso che la loro visione su di loro diventasse idolatria. Che tu sia stato condizionato da falsi insegnamenti o che tu abbia sottilmente divinizzato l’ultimo specialista in teologia, la Scrittura ci fornisce nuovamente la risposta. Osservando l’umanità di Paolo troviamo speranza, perché capiamo che “l’apostolo degli apostoli” non è alla fine diverso da chiunque altro.

Il Pastore perfetto

Il libro Dangerous Calling di Paul Tripp è stato per me una risorsa incredibilmente preziosa nel farmi comprendere l’umanità dei pastori. Tripp pone le seguenti domande:

  1. Perché dovrebbe sorprenderci che i pastori combattano contro il peccato?

  2. Perché pensiamo che i pastori non abbiano bisogno di essere sfidati e rimproverati con amore?

  3. Perché dovrebbe sorprenderci sapere che anche i pastori dimenticano la loro identità e iniziano a cercare orizzontalmente quello che hanno già ricevuto in Cristo?

  4. Perché desumiamo che i pastori siano immuni dal considerarsi giusti e dal mettersi sulla difensiva soltanto perché hanno un ministero a tempo pieno?

Queste domande sono necessarie perché ci aiutano ad avere una visione corretta dei pastori come gli esseri umani che sono in realtà. Mi sento anch’io sicuro nell’ammettere la mia umanità in quanto pastore. Paolo non solo sembra umano; è umano. Dopo la sua dissertazione apparentemente arrogante e autocelebrativa, egli è tuttavia portato alla fragorosa scoperta che solo la grazia di Dio è sufficiente alle sue debolezze (2 Corinzi 12:9). Cominciamo anche a scoprire di nuovo le sue consuete suppliche alle chiese di pregare intensamente per lui. Spesso è il pastore che prega, ma Paolo chiede preghiere per se stesso.

Se Paolo, essendo un pastore di pastori, poteva documentare le sue debolezze nelle Scritture affinché tutti le vedessero, quanto più il pastore d’oggi dovrebbe parlare della sua dipendenza su Gesù. Come ristora il vangelo quando esso diventa buona notizia anche per il predicatore. Il pastore ha bisogno di salvezza tanto quanto la comunità di cui fa parte.

Solo Gesù, il sommo Pastore, il giusto Sommo Sacerdote, poteva rivestire un’umanità perfetta. Soltanto egli poteva portare i nostri fallimenti sottomettendosi perfettamente alla giustizia di Dio e conquistare la morte con tutta la gloria e l’onore dovuti al suo nome.

 

Taelor Gray (@taelor_gray) è attualmente assistente pastore nella chiesa Cornerstone Community Church di Westerville (Ohio) e nel contempo è un artista indie rap. Ha pubblicato il suo album acclamato dalla critica “The Mocker and the Monarch” negli ultimi mesi del 2015. Vive a Columbus (Ohio) con sua moglie Liz e loro figlio Levi.