Non lasciare le donne ai margini nella tua chiesa in via di fondazione

Era un giorno che aspettavo sin dalla nascita della nostra chiesa. Dopo anni di preghiera e di preparazione e di mesi passati a formare una squadra, finalmente sentivamo  di avere una chiesa-famiglia, un gruppo di persone affiatate e legate tra di loro. Oggi era il primo giorno dei gruppi comunitari. Mio marito e alcuni uomini del suo team si erano preparati da mesi.

“Allora, qual è il programma per tutti i bambini?” domandai a mio marito quel mattino. Mi guardò un pò sorpreso e disse: “A dirti il vero non ci avevo proprio pensato”.

Ci mettemmo a ridere. A volte viviamo in due mondi completamente diversi. Io non vado da nessuna parte senza pensare ai miei figli, perché passo tutto il giorno con loro. Mio marito, invece, per gran parte del giorno deve solo pensare a dove andare e a cosa fare.

Fondare una chiesa ci ha dato molte opportunità di capire quanto senza dubbio sia diversa la nostra esperienza nel mondo, ma ha anche dimostrato quanto abbiamo bisogno l’uno dell’altro.

Quando per la prima volta abbiamo iniziato a parlare e a pregare di fondare una chiesa, la spinta a portare avanti questo progetto veniva dalla chiamata di Dio a fare discepoli. Fondare una chiesa era un modo per compiere quella chiamata. La decisione è stata presa di comune accordo; entrambi, pur in modi diversi, serviamo, facciamo sacrifici e investiamo nella nostra chiesa locale, ma con lo stesso slancio e con un’unica missione.

 

Una cosa da uomini?

Tuttavia, anche se entrambi siamo impegnati a servire la chiesa locale, non abbiamo avuto sempre la stessa esperienza. Fondare chiese spesso sembra “una cosa da uomini”. Le risorse fornite, la formazione ricevuta e le relazioni che si formano tendono a essere soprattutto a misura d’uomo.

Oggi, molte delle nostre chiese sembrano operare come se la grande missione della fondazione di chiese e di fare discepoli fosse affidata solo a poche persone fedeli. Le donne tendono a essere sottorappresentate, sottoutilizzate e a fare da spettatrici silenziose in questi gruppi.

Io e mio marito condividiamo però la stessa convinzione: non solo le donne sono utili in una chiesa di nuova fondazione, ma sono essenziali per compiere la chiamata di Cristo di andare e fare discepoli. Non si possono fare discepoli senza il contributo delle donne. Senza le donne, la missione ne risente.

Del resto, il Grande Mandato è rivolto al sacerdozio di tutti i credenti, ai fratelli e alle sorelle allo stesso modo. Fatta eccezione per il ruolo di pastore/anziano, la Bibbia è chiara: le donne sono chiamate ad avere un ruolo attivo in ogni aspetto della vita della chiesa di Cristo. Quando le donne sono sottorappresentate o sottoutilizzate, la chiesa non rispecchia adeguatamente l’immagine di Dio, e la nostra missione comune ne risente.

In realtà, per la Bibbia le donne sono collaboratrici. Paolo dice che Evodia e Sintìche “hanno lottato (collaborato nella versione inglese, N.d.T) per il vangelo insieme a me” (Filippesi 4:3). Anziché considerare il ruolo di guida dell’uomo in contrasto con la collaborazione delle donne nel vangelo, Paolo insegnò che queste due cose vanno a braccetto.

Benché questa osservazione trovi molti pastori concordi, la teologia di una chiesa non è sempre allineata alla sua pratica. Non è sufficiente che un pastore accetti in via teorica che alle donne è permesso partecipare attivamente nella chiesa; deve capire che le donne sono essenziali per la missione della chiesa.

I pastori che fondano chiese hanno un’opportunità unica, che è quella di servirsi dell’autorità che Dio ha dato loro per creare una nuova cultura e mettere fine alle distorsioni dannose diffuse in molte chiese per decenni. E le donne attive nella chiesa hanno un ruolo fondamentale nell’aiutare i pastori a favorire questo tipo di cultura.

 

Ricerca la partecipazione delle donne

Per il fondatore di chiese questo potrebbe sembrare un compito ambizioso. Le risorse sono poche, c’è mancanza di guide spirituali, l’elenco delle cose da fare è infinito. Anche se non hai ancora vie formali per il coinvolgimento femminile, ci sono delle cose pratiche che puoi fare, anche adesso, per formare e modellare la tua chiesa in modo che essa dichiari il valore e la dignità delle tue sorelle. Eccone tre.

1. Invita le donne a far sentire la loro voce

Le donne sono state create per rispecchiare il carattere e la natura di Dio in modi che tu, come uomo, non puoi. Il loro contributo è fondamentale. Rifletti su come stai creando vie percorribili affinché le donne apportino il loro contributo. Dio ti ha dato autorità; usala per pascere e guidare chi è affidato alla tua cura, specialmente le donne.

2. Individua leader potenziali e investi in loro

Nella tua chiesa ci sono donne che hanno doni su cui devi investire in modo intenzionale. Trova queste donne e sii intenzionale nell’equipaggiarle in vista dell’opera del ministero. Sii un convinto sostenitore della loro crescita. Dipenderai da loro in futuro.

3. Inserisci le donne nella tua visione del discepolato

Il discepolato delle donne non dovrebbe essere un fatto isolato ma un’estensione della tua guida pastorale. Prendi questa responsabilità sul serio. Mantieniti informato su quello che le donne della tua chiesa stanno leggendo e ascoltando e sulle risorse a cui stanno attingendo. Prendi l’iniziativa nel creare strutture e mezzi sani per investire nelle donne e in cui le donne possono investire, invita le donne a servire in ambiti di leadership idonei a loro e a partecipare alla vita della chiesa.

 

Una parola per le donne

Il pastore-fondatore non può portare questo peso da solo. Ha bisogno del coinvolgimento volontario delle donne della sua chiesa per contribuire a favorire una cultura che dà la priorità a questa missione. Signore, il vostro pastore ha bisogno di voi. Questi sono tre modi pratici per servire.

1. Sii disponibile

Prendi sul serio il sacerdozio di tutti i credenti. La missione di andare e fare discepoli è stata data a te. Fai sapere al fondatore di chiesa che hai compreso la serietà della chiamata, e sii pronta e disposta a servire. Fai domande del tipo “Come posso rendermi più utile?” e “Quali sono i bisogni maggiori della nostra chiesa?” Presta la tua voce alla discussione con umiltà ed esercita la dignità che Dio ti ha dato con fedeltà e rispetto.

2. Sii ammaestrabile

La tua voce non avrà molto effetto o valore se non è pervasa dalla Parola di Dio. Investi nella conoscenza della Parola. Fatti una cultura biblica. La chiesa soffre quando le donne non conoscono e non amano la Parola.

3. Sii fedele

In gioco c’è la rinomanza di Gesù. Tieni dunque bene a mente le priorità di Dio per la tua vita, e dedica la tua vita a fare discepoli in qualunque contesto ti trovi. Fondare chiese è caotico. Forse nella tua chiesa non ci sono programmi per garantire i mezzi formali per la partecipazione, ma puoi sempre investire la tua vita nel fare discepoli.

Noi, maschi e femmine creati a immagine di Dio, siamo “una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato, perché [proclamiamo] le virtù di colui che [ci] ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa” (1 Pietro 2:9). Questo discorso non è tanto su come mettere le donne nelle condizioni di fare qualcosa, quanto su come tutta la chiesa può essere fedele al Grande Mandato.

 

Fratelli e sorelle, la vostra partecipazione congiunta e le vostre caratteristiche uniche sono necessarie per la missione della chiesa. Non si può avere l’uno senza l’altro. Pastori, fate posto alle donne. Donne, prendete la chiamata sul serio. Che le nostre chiese possano riflettere l’immagine di Dio più chiaramente nei giorni a venire.

 

 

Alyssa Poblete è moglie di Chris e madre di Geneva e Haddon. La sua famiglia ha fondato King’s Cross Church nella Contea di Orange (California), nella primavera del 2017. Alyssa ha studiato letteratura inglese alla Concordia University e ha lavorato per alcuni anni nel ministero di una chiesa locale. La sua passione è di vedere le donne collegare la potenza trasformatrice del vangelo alla loro vita quotidiana attraverso una sempre maggiore conoscenza della Parola di DIo. Puoi seguirla su Twitter.

Perché l’ospitalità è essenziale nella fondazione di chiese

L’ospitalità è talmente importante che Paolo la elenca tra i requisiti di un anziano (1 Tim. 3:2; Tito 1:8). Eppure è ancora trascurata. Alcuni pastori sono talmente attenti a “non portarsi a casa il ministero” da astenersi del tutto dal praticare l’ospitalità.

Le guide vangelocentriche dovrebbero essere un esempio di ospitalità. Quando apriamo i nostri cuori e le nostre case ospitando altre persone, facciamo l’esperienza della comunione all’interno della comunità cristiana (Romani 12:13; 1 Pietro 4:9), e possiamo svolgere ministeri di misericordia e evangelizzazione verso coloro che vivono al di fuori della comunità cristiana (Luca 14:12). 

Dico spesso ai potenziali fondatori di chiese: “Sotto molti aspetti, fondare una chiesa vuol dire imparare a praticare bene l’ospitalità. Significa conoscere, accogliere, ascoltare e amare le persone”.

Un fondatore di chiese di Detroit mi parlò dei suoi sforzi di creare una “moneta visibile” nei primi tempi della fondazione di una chiesa. Grigliava degli hot dog nel giardino di casa ogni venerdì sera durante l’estate. Si adoperava per instaurare rapporti in un posto difficile, e l’ospitalità è stata una delle sue principali strategie per raggiungere gli altri.  

Un altro amico che sta fondando una chiesa in una zona povera di Raleigh ha piazzato un canestro fuori di casa e ha riempito il suo frigorifero di ghiaccioli. Non è insolito che otto-dieci ragazzi del quartiere vadano a casa sua per giocare a pallacanestro, bere una limonata o guardare una partita di pallone sul suo divano la domenica. La sua ospitalità ha aperto molte porte per raggiungere altre persone nella zona.  

Una motivazione che viene dal Vangelo

L’ospitalità è un risultato del vangelo. Nel vangelo, Dio si dimostra ospitale con noi. All’inizio della Bibbia, vediamo che Dio si prende cura di Adamo ed Eva nel giardino.

Ripercorrendo la narrativa biblica, vediamo che Dio si prende cura del suo popolo nel deserto. Il popolo di Dio deve accogliere lo straniero, come Dio aveva accolto loro (Lev. 19:34). Dio sostenta il suo popolo fino a quando li conduce in un “paese dove scorrono il latte e il miele”. Dio accoglie, ospita, si prende cura, provvede e benedice.

Vediamo l’ospitalità anche nel ministero di Gesù. Egli dava priorità al mangiare con le persone. Robert Karris afferma: “Nel Vangelo di Luca, Gesù o sta andando a mangiare, o sta mangiando o viene da un posto dove ha mangiato”. Gesù viene etichettato come uno che “mangia e beve, amico dei pubblicani e dei peccatori” (Luca 7:34). Egli frequenta persone odiate dalla società, come Levi e Zaccheo (Luca 5:27–32; 19:1–10). Dopo la sua risurrezione, Gesù rompe il pane con i suoi discepoli (Luca 24:30). E oggi ricordiamo il suo sacrificio e attendiamo il suo ritorno attraverso un pasto (Matteo 26:26–29; Marco 14:22–25; 1 Corinzi 11:23–26).

Negli Atti e nel Nuovo Testamento leggiamo i diversi modi in cui la chiesa primitiva praticava l’ospitalità. La Bibbia si conclude con la gloriosa visione del grande banchetto nuziale (Apocalisse 19:7), e con Dio che dimora con il suo popolo (Apocalisse 22). C’è un invito rivolto a “chi ha sete” di andare a Dio e bere l’acqua che disseta per sempre (Apocalisse 22:17). Che Dio generoso e ospitale abbiamo!

Sei modi per crescere nell’ospitalità alimentata dal Vangelo  

Per praticare l’ospitalità nel migliore dei modi, dobbiamo deporre i nostri idoli e analizzare il nostro contesto.

1. Allarga la tua lista degli ospiti  

Gesù sconvolse la gente quando disse:

“Quando fai un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i vicini ricchi; perché essi potrebbero a loro volta invitare te, e così ti sarebbe reso il contraccambio; ma quando fai un convito, chiama poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato, perché non hanno modi di contraccambiare; infatti il contraccambio ti sarà reso alla risurrezione dei giusti”. (Luca 14:12-14)

Gesù aveva appena rimproverato gli invitati alla festa (Luca 14:7–11); poi aveva corretto il padrone di casa. Quando organizzi una festa (il cenone di Natale, una festa di compleanno, o qualche altra ricorrenza speciale) invita quelli che non possono contraccambiarti. Invita gli emarginati, e il contraccambio ti sarà reso “alla risurrezione dei giusti”. Gesù dà agli eventi ordinari un significato eterno.

2. Servi gli altri anziché cercare di fare colpo su di loro

Molti confondono l’ospitalità con l’“intrattenimento”. L’intrattenimento spesso riguarda il padrone di casa, non gli ospiti. Consiste nel far vanto di sé, non nel servire. Puoi essere premuroso con i tuoi ospiti senza finire negli eccessi. Non devi stupire le persone con servizi di porcellana cinese e con il cibo. Mira al calore più che allo stupore.

Il tuo obiettivo non è attirare l’attenzione su di te, ma su Cristo.

3. Rifiuta la mentalità “Casa dolce casa”

Gesù è il tuo rifugio. Tutte le altre cose che diventano il nostro “rifugio” sono idolatria. Quando pensiamo alle nostre case, dovremmo considerarci amministratori anziché proprietari. Una casa è un luogo per accogliere e amare gli afflitti. Ospitare significa dimostrare i valori del regno di Dio, e quando ospitiamo, diamo alle persone un assaggio di ciò che ha da venire.

Se la tua casa è piccola, prendi in considerazione altri modi per accogliere e ospitare gente, specialmente i nuovi vicini. Portali a vedere la città. Dai consigli sui luoghi dove mangiare, fare acquisti e giocare. Fagli conoscere i tuoi fratelli nella fede.

Vai alla ricerca di quella persona sola che frequenta la tua chiesa. Invitala a pranzo dopo il culto, o passa del tempo con lei durante la settimana.

4. Fai attenzione ai bisogni, alle preferenze e agli interessi delle persone

Fai una sorpresa ai tuoi ospiti preparando il loro cibo o le loro bevande preferite. Fornisci le cose materiali di cui hanno bisogno. Questi piccole attenzioni lasceranno un’impressione duratura sul tuo ospite. Non serve comprare cose costose, è sufficiente che sia un tocco premuroso per dimostrare la tua cura.  

Questo è un ottimo modo per favorire ulteriori conversazioni. Fai attenzione agli aspetti più profondi che riguardano il cuore: i timori, i sogni, le speranze e le domande di una persona. Impariamo come “rispondere a ciascuno” (Col. 4:6) invece di dire le cose in modo meccanico.

5. Non sentirti obbligato a copiare quello che fanno gli altri

Mia moglie sta ospitando ogni mese a casa nostra un circolo letterario. Non è un circolo letterario cristiano, ma un gruppo di signore residenti nel nostro quartiere che leggono insieme libri di successo. Mangiano insieme e parlano dei libri del mese.   

Faccio l’allenatore di pallacanestro, e questo mi ha permesso di frequentare molti padri. Forse sei bravo a cucinare, o forse devi imparare!

Qualunque cosa tu faccia, falla con intenzionalità del vangelo e sensibilità culturale. Le aree urbane densamente popolate sono diverse dalle zone periferiche. I quartieri malfamati sono diversi da quelli più sicuri. Pratica l’ospitalità a seconda del contesto in cui vivi.

6. Saluta calorosamente, dialoga cordialmente, congedati con gentilezza

I saluti e i commiati del Nuovo Testamento mi hanno sempre colpito (Atti 20:36; 21:5–6; Rom. 16:16). Sono pieni di calore, amore e significato.

Quando qualcuno entra in casa tua, salutalo calorosamente. Prendi il suo cappotto. Offrigli da bere. Mostragli il posto dove sedere. Mentre parli con le persone, fai domande sulla loro vita. Non portare sempre l’attenzione su te stesso. Metti via il tuo telefono. Richiama l’attenzione sulla grazia di Gesù.

Quando stanno per andare via, accompagnale alla porta, o anche fino alla loro auto. Invitale a tornare. Tutti questi gesti comunicano apprezzamento e amore. E le persone se ne ricordano.

Sii un bravo ospite

Imparerai a dimostrare una buona ospitalità imparando a riceverla. Ringrazia le persone per la loro generosità. Scrivi un biglietto di ringraziamento o un’email al padrone di casa per esprimere la tua gratitudine. L’ospitalità nasce da un cuore umile e grato.

Sii uno studente dell’ospitalità quando sei tu l’ospite. La tua ospitalità migliorerà se cerchi di imparare umilmente dagli altri.

Infine, medita sulla bontà di Dio. Noi eravamo gli orfani, ma Dio ci ha adottati nella sua famiglia. Eravamo gli stranieri senza una patria, ma siamo stati trasportati nel suo regno. Eravamo le vedove, ma Gesù è diventato il nostro Sposo. Eravamo i poveri, ma ora abbiamo un’eredità gloriosa. Qui sulla terra siamo pellegrini, ma Gesù è andato a prepararci un luogo. Sii sempre stupito della sua grazia, e ricorda che la risposta adeguata alla grazia di Dio è vivere una vita fatta di gratitudine, generosità e ospitalità.


Tony Merida è pastore per la predicazione e la visione di Imago Dei Church a Raleigh, North Carolina. E’ anche il responsabile dei contenuti per Acts 29, e produce blog, podcast e altre risorse sulla fondazione di chiese. Tony ha un ministero itinerante su vasta scala e ha scritto diversi libri, tra cui The Christ-Centered Expositor, Ordinary, Orphanology, e otto volumi della serie di commentari Christ-Centered Exposition, di cui è anche editore generale insieme a Danny Akin e David Platt. E’ felicemente sposato con Kimberly. La coppia ha cinque bambini adottivi. Puoi seguirlo su Twitter.

Una postura del giorno di Pasqua che vale la pena assumere

Introduzione di Jonathan GIlmore:
Giorno glorioso. Il trionfo della vita. Gesù è risorto! Se c’è una verità che cambia davvero tutto è proprio questa. Aldilà del pranzo, delle uova di cioccolato, della famiglia, degli amici, delle tradizioni... La grande sfida è domandare qual è l’impatto sulla mia vita. La ‘buona’ Pasqua è proprio questa. Sotto, intanto, continua la breve serie di articoli sulla Pasqua.


Questa è una storia da amare. La donna si era recata alla tomba per servire il Salvatore crocifisso prendendosi cura del suo corpo, tuttavia, una volta arrivata, il suo corpo non era più lì. Leggiamo il meraviglioso annuncio degli angeli: “Egli non è qui, perché è risuscitato come aveva detto ...” (Matteo 28:5).

Notiamo qui la reazione delle serve di Cristo perché è un ottimo esempio per noi. Il Salvatore risorto aveva suscitato una duplice emozione nei loro cuori: spavento e grande gioia.

Spavento

Da un lato erano spaventate perché qualcosa di più potente del loro più grande nemico era stato svelato. Stavano piangendo a causa dello spaventoso nemico della morte e della sua incessante caccia alla vita. Ma ora erano colpite da un altro potere che si era rivelato più forte della causa della loro inquietudine. Erano di fronte non a una possibile o eventuale potente risurrezione, ma alla sua realtà.

Queste testimoni mattutine furono senza dubbio sopraffatte dallo spavento mentre pensavano alla realtà che tutto quello che Gesù aveva detto e fatto era vero, perché egli aveva detto molte volte che questa cosa precisa sarebbe successa. Perciò erano spaventate. Erano spaventate perché il padrone indiscusso dell’umanità, la morte, era appena stato sconfitto. Non c’è nessuno più potente e quindi più terribile di colui che ha il potere e la vittoria sulla morte.

Grande gioia

Ma non erano solo spaventate. Il testo unisce il loro spavento a una “grande gioia”, (megas chara). Avevano una mega-gioia. Perché? Beh, tanto per iniziare, perché avevano un mega Salvatore! Questo Gesù, infatti, era tutto quello che egli aveva detto. Egli fece esattamente ciò che aveva detto che avrebbe fatto. Egli è davvero il Salvatore. Egli diede veramente la sua vita come prezzo di riscatto per molti (Marco 10:45). Egli risorse davvero dai morti (Matteo 26:32). Egli stava davvero andando a preparare un posto per loro (Giovanni 14:2-3). Egli era davvero il Figlio di Dio (Giovanni 1:29). Oh, quanti e quali pensieri devono essergli passati in testa dopo che i loro cuori furono illuminati. Nessun dubbio che fossero piene di gioia!

Che cosa fanno quindi? Corrono a raccontarlo agli altri discepoli. Vogliono comunicare questa realtà spaventosa ma gioiosa ad altri. Vanno a condividere, incoraggiare e spronare altre persone con questa verità; il Salvatore è vivente, come aveva detto.

Tuttavia, il loro cammino fu interrotto dal Salvatore. Leggiamo che egli le salutò. Provo a immaginarmi la scena. Forse egli disse: “Mia sposa” o “Figliole” o “Pace” o “Sono vivo” o “Sono qui”…. Non lo so esattamente e neanche tu. Una cosa però sappiamo: la sua presenza fisica dopo aver distrutto la morte parla di speranza, pace, vittoria, vita, verità, grazia, misericordia, paradiso, perdono, fiducia, fede…e di tante altre cose che sono un balsamo per un cuore macchiato e appesantito dal peccato.

Intensa adorazione

Prendi nota della loro risposta e impara dalle tue bisnonne nella fede: “Ed esse, avvicinatesi, gli strinsero i piedi e l’adorarono”.

Amen.

Questo è il posto giusto per il cristiano, perché non c’è un posto migliore che stringersi con fede risoluta ai piedi trafitti dai chiodi di Gesù. La parola usata qui per “strinsero” si può tradurre anche catturare, afferrare e trattenere. Ebrei 4:14, che ci esorta a stare fermi nella fede che professiamo, usa la stessa parola. Che bella immagine è questa, di aggrappare, trattenere, stringere i piedi di Gesù; sporcarsi la bocca di polvere e bagnare il terreno con lacrime di gioia. Sì cristiano, è lì che devi essere, confidando completamente nel Salvatore crocifisso e risorto che ha sconfitto la morte e sta in piedi risorto per accoglierti.

Il testo dice che lo adorarono. Questa è certamente un’immagine dell’adorazione. Egli è in piedi e loro sono prostrate. Non c’è posto nelle loro mani per le opere religiose, per gli idoli, o per altri rivali del Salvatore. No, tutto ciò che riempie le loro mani aggrappate è Gesù.

Amici, soffermiamoci a lungo su questa meditazione poiché essa è l’essenza della risurrezione. Gesù va temuto perché è risorto dai morti, ma va anche adorato con gioia perché l’ha fatto per noi. Per questo motivo corriamo a lui e ci aggrappiamo a lui con un atteggiamento di totale dipendenza, di gioia e di adorazione.

Gusta questa meravigliosa immagine che Dio, nella sua bontà, ci offre nella sua Parola, ma gusta ancora di più la realtà vivente di aggrapparsi completamente al sempre meraviglioso Salvatore risorto.

Che cosa rende la Pasqua così speciale?

Introduzione di Jonathan Gilmore:
Il giorno dopo qualcosa di davvero difficile. La perplessità, i ricordi, quasi stordimento con tante domande su come farcela, su come gestire quanto è appena successo. Continuano qui i post sulla Pasqua. Venerdì si è appena concluso. E adesso? Cerchiamo risposte. Eppure ricordiamo cose dette, promesse fatte da Gesù. No, non finisce tutto qui! Sabato è il silenzio in attesa di Domenica! Passato momenti difficili? Oggi sei perplesso? Il messaggio della Pasqua è anche che l’attesa non è vana, che diventa un’opportunità di vita! Buona Pasqua!


Che cosa rende la Pasqua così speciale?

Risposta: Gesù Cristo, il Figlio di Dio, che il Padre ha mandato nel mondo. Nato da una vergine, visse una vita senza peccato, fece miracoli potenti, amò le persone, mise in crisi tutte le nostre categorie mentali; nonostante ciò fu crocifisso per i nostri peccati, e il terzo giorno — questa è la Pasqua, la celebrazione di quella domenica — è risorto dai morti per non morire più.

Luca, dopo aver svolto un’accurata ricerca storica, ci dice che per quaranta giorni Gesù si presentò con molte prove infallibili, e lo stesso Paolo, l’ultimo arrivato tra gli apostoli, affermò che cinquecento persone lo videro, di cui molte erano ancora in vita, e se qualcuno voleva, poteva andare a parlare con loro (1 Corinzi 15:6). Questo è il genere di verifica storica che aveva la chiesa primitiva.

Egli è risorto fisicamente. I suoi discepoli lo riconobbero. Potevano toccare con le loro mani le sue ferite. Egli mangiò pesce in loro presenza proprio per dire che uno spirito, un fantasma, “non ha carne e ossa come vedete che io ho” (Luca 24:39). Eppure il suo era più che un corpo fisico, perché sembrava che egli andava e veniva a suo piacimento. Le porte chiuse non erano un ostacolo per lui. Il suo corpo ha una dimensione nuova e insolita.   

Egli è asceso alla destra del Padre. Egli siede sul trono con Dio. Da lì egli intercede per noi, prega ogni giorno per il suo popolo. Egli sta regnando fino a quanto tutti i suoi nemici gli saranno sottomessi. La conclusione del Vangelo di Matteo dice che ogni autorità in cielo e sulla terra gli è stata data (Matteo 28:18). Egli non morirà mai più. Egli tiene nella sua mano le chiavi della morte e dell’inferno.

Perché la Pasqua è importante?

Per i novizi, questi sono i fatti. La domanda successiva è questa: Quali sono le implicazioni per noi delle stupefacenti affermazioni della Pasqua e della sua realtà?

La prima implicazione è che i miei peccati sono perdonati, perché Paolo dice in 1 Corinzi 15:17 che se Cristo non è risorto, siamo ancora nei nostri peccati. Ciò implica che se egli è risorto, il nostro problema con il peccato è finito. E lo è perché la risurrezione rende giustizia all’evento del Venerdì Santo, ossia la sua morte. La sua morte ha davvero coperto i peccati del suo popolo. Essa ci ha realmente provveduto una giustizia perfetta.

Romani 4:25 afferma che egli “è stato dato” (cioè è stato crocifisso) “a causa delle nostre offese ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione”. Questo significa che come il nostro peccato lo ha portato alla croce, l’essersi caricato dei nostri peccati lo ha fatto uscire dalla tomba. Dio guardò giù e disse: “L’opera di mio Figlio è stata perfetta. Egli non rimarrà nella tomba”. E lo risuscita dai morti per confermare tutto quello che egli ha compiuto per noi.  

Parlando in termini concreti, una cosa che si può dire della Pasqua è che le promesse che Dio mi fa di aiutarmi ogni istante della mia vita sono garantite ogni giorno dalla risurrezione di Gesù Cristo, perché la risurrezione convalida la croce, dove queste promesse mi sono state donate.

E poi, a motivo della Pasqua, Filippesi 3:20–21 dice che Gesù un giorno mi darà un corpo come il suo corpo risorto. Quando muoio, e risorgo dai morti, Cristo mi darà un corpo glorioso come il suo. Il corpo risorto di Gesù è quindi un segno, è la primizia, è una specie di paradigma del modo in cui tutto il suo popolo riceverà nuovi corpi.

E poi, come se questo non bastasse, Romani 8:21 dice che quando entreremo nella “gloriosa libertà dei figli di Dio” e risorgeremo dai morti con dei corpi glorificati, l’intera creazione diventerà un immenso campo da gioco fatto apposta per coloro che riceveranno corpi che non peccheranno mai più e non si ammaleranno più, e ogni lacrima sarà asciugata.  

Le implicazioni della Pasqua sono assolutamente impressionanti. Esse sono preziose a livello personale nelle battaglie della vita quotidiana, e sono preziose a livello globale, perfino universale perché la risurrezione garantisce che l’intera creazione sarà rinnovata.

La risurrezione è alla base di tutto

Tutto quindi dipende dalla realtà della risurrezione.

Questo è esattamente il ragionamento di 1 Corinzi 15:17 e dei versetti seguenti. Se Cristo non è stato risuscitato, vano è il nostro vangelo, vana è la vostra fede, e siamo anche falsi testimoni di Dio che predicano un falso vangelo. Tanto vale mangiare, bere e stare allegri, perché domani morremo. Paolo gioca tutte le sue carte sulla risurrezione. Se non è accaduta, fisicamente, corporalmente, permanentemente, allora il Cristianesimo è solo una farsa. Tanto vale lasciar stare e pensare solo a riempirci la pancia per il resto della nostra vita.

 

Quando ogni speranza sembra perduta - Il Venerdì Santo

Introduzione di Jonathan Gilmore:
Buona Pasqua! Un saluto consueto, di rito, quasi meccanico. Ma c’è di più, qualcosa molto profondo. E’ davvero una ‘buona’ Pasqua. Questo è un periodo in cui noi abbiamo l’opportunità di meditare sulla profondità di quanto è successo, ma anche di cogliere il periodo dell’anno per portare il vero significato agli altri. Una grande opportunità missionale. La croce, la tomba, la gloria - il vangelo! L’articolo che segue sottolinea un aspetto della Pasqua. Qualcosa su cui meditare. Qualcosa da abbracciare. Qualcosa che ridefinisce il nostro vivere. Un elemento per cui questa Pasqua è davvero una ‘buona’ Pasqua.


Adoro la Pasqua. E’ il giorno di festa più bello, quando insieme intoniamo il grido d’esultanza: “Egli è risorto; è risorto davvero!”


Ma quando penso al Venerdì Santo, il mio cuore si sente mancare. Ricordiamo il giorno più angoscioso di tutti, quando il peccato offuscò il mondo e il male sembrò trionfare. Alcuni anni fa, stavo sprofondando in una cupa depressione. La mia vita era grigia. Piangevo per un nonnulla, e a volte senza nessun motivo. Stavo per essere risucchiata da un buco nero, e mi sentivo del tutto incapace di arrestare la mia caduta.

Molte cose nella mia vita erano andate in rovina. Mio marito aveva abbandonato la nostra famiglia, e le nostre figlie avevano deciso che Dio non era reale. Erano arrabbiate e disilluse, e sfogavano le loro frustrazioni in casa. La mia salute stava peggiorando, tanto che non riuscivo nemmeno a prendermi cura di me stessa, figuriamoci di due figlie adolescenti. Avevo raggiunto uno dei punti più bassi della mia vita. Mentre in passato avevo goduto una profonda relazione con Dio, ora facevo fatica a credere che Dio mi amasse. Il mio dolore incessante mi aveva convinto che la mia situazione non sarebbe mai cambiata. In poche parole, mi sentivo disperata.


Gli amici cercarono di aiutarmi come meglio potevano. Mi portavano cibo, pregavano con me e mi incoraggiavano ad andare avanti. Apprezzavo i loro sforzi, ma nonostante ciò continuavo a sentirmi oppressa e scoraggiata. Non mi piaceva parlare dei miei problemi perché nessuno poteva capire il mio dolore. Le persone care mi davano consigli, ma non ero in grado di riceverli.


Quando i sogni morirono

Una mattina decisi infine di raccontare ad alcuni amici come mi sentivo. Non avevo voglia di parlare, ma sapevo che era importante ricevere incoraggiamento dai credenti. Non volevo che il dolore che mi affliggeva mi allontanasse ulteriormente dalla comunione fraterna. Ma poco dopo aver cominciato a parlare, non riuscivo più a dire niente. Mi sentivo una stupida mentre stavo lì seduta a piangere. La consolazione degli amici, nonostante le loro buone intenzioni, mi sembrava vuota. Nessuno poteva aggiustare le cose. Cominciavo a domandarmi se nemmeno Dio poteva farlo. I miei amici erano seduti accanto a me, senza dir parola, mentre io piangevo. Dopo un lungo silenzio, un’amica parlò. Non dimenticherò mai le sue parole.

“Quando ti penso e prego per te, ho sempre in mente l’immagine dei discepoli e della madre di Gesù, Maria, che piangono ai piedi della croce. Si stringono insieme, cercando di consolarsi a vicenda e di dare un senso a tutto quello che era successo. Ma non c’è una logica per quello che era accaduto. Il cielo è buio. Ogni speranza sembra perduta. I loro sogni sono morti. Sembra che nulla di buono potrà mai venir fuori da tutto questo. Questo giorno, il Venerdì Santo, è il giorno più triste della loro vita. Ma c’è una cosa che non sanno . . . la Pasqua sta per arrivare”.


Dio non ha ancora finito

La Pasqua sta per arrivare.


Riuscii appena a capire il senso profondo di quelle parole. Nessuna delle altre parole dei miei amici mi aveva consolato. Ora una pace indescrivibile riempiva il mio cuore.
Certo. La Pasqua sta per arrivare.

Smisi di piangere. Non mi ero mai veramente messa nei panni dei seguaci di Gesù ai piedi della croce. La Scrittura dice solo: “Questo fecero dunque i soldati. Presso la croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa, e Maria Maddalena” (Giovanni 19:24–25).
Non avevo mai pensato prima di allora cosa fosse stato il Venerdì Santo per gli amici di Gesù, quei seguaci che avevano riposto la loro fede e la loro speranza in Gesù, ma che ora lo vedono morire. Mentre pensavo a come i discepoli e Maria si dovettero sentire, sentii un legame con loro. Loro sapevano che cosa voleva dire sentirsi disperati. I loro sogni erano stati infranti. Le loro vite erano distrutte. Tutti i loro piani erano andati in rovina. Non avevano più niente cui aggrapparsi. In quel momento potevano vedere solo la parte del quadro che stavano vivendo allora. Era tutto quello che avevano.Come loro, non riuscivo a capire come Dio avrebbe potuto portare qualcosa di buono dalla mia situazione. Mentre permettevo a questa immagine del Venerdì Santo di toccare il mio cuore, mi resi conto che la mia storia non era ancora finita. Dio non aveva ancora finito la sua opera. Non tutte le speranze erano perdute.


Bellezza dalla cenere


Le parole della mia amica mi diedero una consolazione indescrivibile, ora come allora. Mi sono aggrappata a quel brano biblico, a quella scena presso la croce, per anni. Mi ha dato coraggio. Mi ha permesso di vedere la mia vita nella giusta prospettiva. Mi ha ricordato che Dio porta bellezza dalla cenere. Compresi che la mia sofferenza era temporanea; un giorno sarebbe finita. La mia sofferenza aveva un significato; non sarebbe andata sprecata. La mia sofferenza poteva glorificare Dio; alla fine sarebbe stata per il mio bene. Anche se è un’esperienza che risale a diversi anni fa, non dimenticherò mai quel giorno. Mi ha dato speranza, non che le mie circostanze sarebbero cambiate da un giorno all’altro, ma che il cambiamento era possibile. E un giorno sarebbe arrivato.
Mi ha anche ricordato che quello che guardo è solo un’istantanea, un fotogramma del film della mia vita. Non ho nessuna idea di ciò che mi aspetta. Forse la mia notte del pianto è finita e sta per sorgere l’alba, che porta con sé un’ondata di gioia indicibile. O forse le mie lacrime non sono finite. Forse la notte continuerà ancora per un altro po’.
Ma una cosa so:

la Pasqua sta per arrivare.


Vaneetha Rendall Risner è una scrittrice freelance che collabora periodicamente con Desiring God.  Ha un blog all’indirizzo danceintherain.com (ballare sotto la pioggia, N.d.T.), anche se non le piace la pioggia e non ha nessun senso del ritmo. Vaneetha è sposata con Joel e ha due figlie, Katie e Kristi. Lei e Joel vivono a Raleigh (Carolina del Nord). Vaneetha è l’autrice del libro The Scars That Have Shaped Me: How God Meets Us in Suffering.
(https://www.desiringgod.org/articles/when-every-hope-seems-lost)

Se Paolo aveva bisogno di amici, anche noi ne abbiamo bisogno

Quando studiamo la vita dell’apostolo Paolo, notiamo la sua incrollabile fede nella sufficienza del vangelo e la sua disponibilità a soffrire per esso. Ma nella missione di Paolo c’è un altro elemento, spesso trascurato: l’amicizia. Quando Paolo fondò chiese in tutto il mondo Romano, non lo fece da solo.

Paolo era una persona sana dal punto di vista delle relazioni. Egli viaggiò con amici; soggiornò con loro; andò a visitarli. Egli lavorava con loro; predicava con loro; fu percosso assieme a loro. Cantò perfino in prigione con gli amici. Egli li incoraggiò, e fu a sua volta incoraggiato da loro. A volte, Paolo fu in disaccordo con i suoi amici, e a volte si riconciliò con loro.

Una semplice lettura degli Atti mostra l’attaccamento e il sincero interesse di Paolo per i suoi amici: Barnaba, Tito, Sila, Luca, Priscilla, Aquila, Lidia, Onesiforo, Epafròdito, Giovanni Marco, gli anziani di Efeso, e altri ancora.

In Romani 16, egli cita più di trenta nomi. L’intero elenco trasuda di affetto; inoltre, innalza il vangelo, mostra una meravigliosa diversità (razza, ceto sociale, genere), e contiene toccanti tributi di onore.

Nel nostro movimento vangelocentrico, dovremmo evidenziare il modo in cui Paolo predicava la grazia di Cristo, ma dovremmo anche sottolineare il suo profondo impegno all’amicizia.

I rapporti costanti di Paolo con suoi amici erano un segno di maturità, non d’inadeguatezza. Persino il grande apostolo aveva bisogno di amici, per lo stesso motivo che tu ne hai bisogno.

Qui elenco tre semplici ma preziosi benefici dell’amicizia.

1. Compagnia

Come persone create a immagine Dio, siamo stati creati per avere relazioni. Nel Giardino dell’Eden, tutto era glorioso, tutto era “molto buono”, tranne una cosa: Adamo era solo.

Ma non c’era ancora il peccato. Come poteva Adamo avere bisogno di qualcosa? E’ in paradiso! Perché allora gli mancava qualcosa? Tim Keller lo spiega bene:

Dio ci ha creati in modo tale da non potere nemmeno godere il paradiso senza amici. . . . Adamo aveva tutto il tempo per stare in silenzio con Dio ogni giorno per 24 ore al giorno. Eppure aveva bisogno di amici.

Abbiamo bisogno di avere amici perché siamo esseri umani, non alberi. I nostri cuori soffrono quando un amico o una persona a noi cara muore. Ci manca la loro compagnia. E quando saremo sul letto di morte, non sentiremo il desiderio di aggrapparci a quello che abbiamo realizzato nella vita (libri, diplomi, trofei, chiavi di casa, e così via); desidereremo piuttosto rimanere con le persone.

Non permettere al tuo ministero—specialmente se stai fondando una chiesa—di renderti inumano. Sei più di un produttore di contenuti. Non sei un distributore automatico di sermoni che sforna predicazioni in modo automatico. Fondare chiese non è un ministero per cavalieri solitari, dove sei un pioniere del vangelo in una terra arida. Come persone create a immagine di Dio dobbiamo apprezzare l’amicizia e coltivare amicizie.

2. Consolazione

Molte volte Dio ci fortifica attraverso la presenza e il ministero di altri. Riflettiamo su ciò che Paolo dice a proposito di Tito: “Da quando siamo giunti in Macedonia, infatti, la nostra carne non ha avuto nessun sollievo, anzi, siamo stati tribolati in ogni maniera; combattimenti di fuori, timori di dentro. Ma Dio, che consola gli afflitti, ci consolò con l’arrivo di Tito” (2 Corinzi 7:5–6). Dio si servì di Tito per dare sollievo e fortificare Paolo.

Di cosa hai bisogno quando hai “combattimenti di fuori e timori di dentro”? Di amici.

Abbiamo bisogno di amici di questo tipo perché i nostri cuori sono mutevoli; perché il peccato non dorme mai; perché Satana è adirato; e perché il vangelo è di massima importanza. Non dobbiamo sottovalutare l’importanza di essere a fianco gli uni degli altri nel combattimento della fede.

3. Gioia

Dopo aver condiviso la sua intenzione di recarsi a Roma, Paolo manifesta alla chiesa il suo desiderio di vederli in persona. Ha appena scritto loro una lunga lettera, ma vuole qualcosa di più: voleva godere la loro compagnia (Romani 15:24) e “essere confortato insieme con voi” (Romani 15:32). Benché Paolo potesse comunicare scrivendo, egli sapeva che la gioia e il conforto più profondi potevano essere sperimentati solo vedendo i credenti di Roma di persona.

L’apostolo Giovanni dice qualcosa di simile: “Avrei molte altre cose da scrivervi, ma non ho voluto farlo con carta e inchiostro perché spero di venir da voi e di parlarvi a voce, affinché la nostra gioia sia completa” (2 Giovanni 12).

Non accontentatevi degli amici su Facebook. Siamo esseri olistici. E’ possibile comunicare alcuni aspetti della tua personalità online, ma il mondo online sarà sempre inadeguato. Internet non può sostituire la presenza fisica con le persone. Siamo persone che sentono, pensano e reagiscono; tocchiamo, ci muoviamo, e comunichiamo in modi non verbali.

Relazionarsi faccia a faccia con gli amici produce una gioia profonda e duratura.

Di recente abbiamo organizzato la nostra prima “Festa del Vangelo” con le guide della nostra chiesa. Abbiamo invitato tutti quelli che sono stati mandati in altri posti come fondatore/pastore per farli tornare da noi e stare insieme per due giorni. E’ stata un’esperienza molto incoraggiante. C’erano amici nella veranda sul retro che ridevano, giocavano, mangiavano, piangevano, riflettevano, sognavano, pianificavano e adoravano. Abbiamo fatto tutte queste cose insieme, e tutto questo è stato reso possibile grazie a Gesù Cristo, che è l’amico dei peccatori come noi.

Pratica l’amicizia

Trova il tempo per stare con i tuoi amici nella fede, con i tuoi compagni nel vangelo. Fai amicizie nella tua chiesa. Partecipa ai vari incontri del tuo network o della tua denominazione. Prendi sul serio il “ministero di Tito” (consolare i tuoi compagni d'armi). Metti in pratica i diversi Proverbi che riguardano l’amicizia:

  • Costanza: “L’amico ama in ogni tempo; è nato per essere un fratello nella sventura”. (Proverbi 17:17)
  • Sincerità: “Chi ama ferisce, ma rimane fedele; chi odia dà abbondanza di baci” (Proverbi 27:6).

  • Compassione: “Chi copre gli sbagli si procura amore, ma chi sempre vi torna su, disunisce gli amici migliori”. (Proverbi 17:9)

Uno dei miei personaggi cinematografici preferiti è Doc Holiday nel film Tombstone. Non è un modello di principi cristiani, ma c’è una scena che mi ha sempre fatto commuovere. Doc e Wyatt Earp stanno cercando di sbarazzarsi dei “Cowboys”, ma Doc si è ammalato di tubercolosi.

Nonostante ciò, per amore e lealtà, Doc lascia il suo letto d’ospedale per duellare con Wyatt. In un dialogo solenne, “Turkey Creek” Jack Johnson chiede: “Perché stai facendo questo, Doc?” Doc replica: “Perché Wyatt Earp è mio amico”.  

Amici leali nel vangelo sono un dono inestimabile di Dio, reso possibile dalla nostra unione con Cristo, l’Amico più grande (Giovanni 15:15), che ha coperto la nostra moltitudine di peccati. Che la grazia che egli ci ha donato possa fluire da noi nel praticare l’amicizia cristiana. E che possiamo esaltare l’Amico dei peccatori fondando chiese.


Tony Merida è pastore per la predicazione e la visione di Imago Dei Church a Raleigh, North Carolina. E’ anche il responsabile dei contenuti per Acts 29, e produce blog, podcast e altre risorse sulla fondazione di chiese. Tony ha un ministero itinerante su vasta scala e ha scritto diversi libri, tra cui The Christ-Centered Expositor, Ordinary, Orphanology, e otto volumi della serie di commentari Christ-Centered Exposition, di cui è anche editore generale insieme a Danny Akin e David Platt. E’ felicemente sposato con Kimberly. La coppia ha cinque bambini adottivi. Puoi seguirlo su Twitter.