Testimoniare in parole e opere

Ogni volta che assaggio qualcosa di particolarmente delizioso, ne offro un pezzo a mio marito e osservo con trepidazione la sua reazione. Molti di noi sono ferventi evangelisti quando si tratta delle nostre ricette, ristoranti, film, luoghi e prodotti preferiti. Più ci piace una cosa, più vogliamo che anche gli altri la provino.

Ma a volte c’è uno scollamento quando si tratta di Dio. Anche se lo amiamo veramente, non sempre viviamo per farlo conoscere.

La nostra relazione con Dio dovrebbe avere un impatto sulle nostre famiglie, posti di lavoro e comunità per la sua gloria. Mentre contempliamo la sua magnificenza, dovremmo desiderare che altri la vedano. Mentre sperimentiamo il suo amore, la sua grazia e la sua consolazione, dovremmo desiderare che altri la ricevano. Mentre siamo ancorati nella sua verità, dovremmo desiderare che altri la conoscano.

La buona notizia è troppo bella per tenerla per noi stessi, e siamo chiamati a testimoniare del Vangelo in parole e opere. Quando questa diventa la nostra missione, essa trasformerà ogni cosa che facciamo.

Proclamare il Vangelo

Come i discepoli ai quali Gesù si stava rivolgendo, anche noi abbiamo ricevuto il mandato di diffondere la speranza del Vangelo e la potenza per farlo: “Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate” (Matteo 28:18-20).

La proclamazione del Vangelo e il discepolato non sono una competenza esclusiva di pastori e predicatori o di persone eloquenti che hanno studiato al seminario. Questa missione è stata affidata a tutta la chiesa, ed ognuno di noi gioca un ruolo fondamentale. Dio ha operato attraverso esperti religiosi come Paolo e attraverso rudi pescatori come Pietro. La sua fama si è diffusa attraverso donne d’affari di successo come Lidia e attraverso piccoli fanciulli. Lo stesso è vero oggi. Anche se Dio a volte edifica il suo regno attraverso brillanti apologeti ed eccellenti evangelisti, egli non dipende da loro. Egli può operare anche attraverso te e me.

Nella sua sovranità, Dio ci ha messi nelle nostre famiglie, nei nostri quartieri e luoghi di lavoro per uno scopo. Egli ci ha messi lì per diffondere la buona notizia di Gesù Cristo, che è venuto per salvare i peccatori. Sia che viviamo nelle periferie o nelle case popolari, siamo chiamati a diffondere questo messaggio. Quando andiamo al lavoro o all’università o rimbocchiamo le coperte ai nostri figli, siamo chiamati a diffondere questo messaggio. Il bisogno spirituale è ovunque, perciò anche la nostra missione è ovunque.

Mentre le nostre azioni sono un aspetto intrinseco e insostituibile della nostra testimonianza agli altri, predicare il Vangelo richiede parole. Non stiamo predicando il Vangelo con le nostre vite se non lo stiamo predicando anche con le nostre labbra. Le buone opere da sole non possono comunicare la buona notizia che Cristo è morto per redimere i peccatori. È necessario parlare altrimenti il Vangelo non verrà diffuso:

Infatti chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato. Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? E come potranno sentirne parlare, se non c'è chi lo annunci? (Romani 10:13-14)

Dimostrare il Vangelo

Tuttavia, se predichiamo la verità di Dio senza rappresentare la verità su Dio, perché gli altri dovrebbero ascoltarci? Come figli amati da Dio, siamo chiamati ad essere suoi imitatori. Questo è essenziale se vogliamo essere fedeli nella missione.

Dio si prende cura della sofferenza umana. Egli intesse sapientemente ogni essere umano che viene al mondo e ama ogni bambino non ancora nato (Salmo 139:13-14). Egli è padre degli orfani e difensore delle vedove (Salmo 68:5). Egli protegge i forestieri—per usare un termine moderno, gli immigrati, i richiedenti asilo e i rifugiati (Salmo 146:9). Egli ascolta il grido del povero (Salmo 102:17), e la sua ira è su chi lo maltratta (Proverbi 17:5). La sua compassione si estende agli affamati, agli oppressi e a quanti sono umiliati a causa della loro disabilità o etnia (Salmo 146:7-8). E noi siamo chiamati a imitarlo.

Nell’Antico Testamento, gli Israeliti dovevano vivere in modo diverso dalla cultura circostante, per riflettere la natura di Dio e l’etica del suo regno. Anche se la chiesa contemporanea non è chiamata a seguire le pratiche specifiche degli Israeliti come spigolare o celebrare l’anno del giubileo, è importante capire che la responsabilità morale di mostrare misericordia e praticare la giustizia non è stata assegnata esclusivamente agli Israeliti.

Nel Nuovo Testamento, anche Gesù enfatizza questo aspetto fondamentale della fede. In una rappresentazione illuminante del giudizio finale, egli mostra in che modo atti di misericordia quali dare da mangiare all’affamato, accogliere lo straniero e vestire chi è nudo permetteranno di distinguere tra chi appartiene al suo popolo e chi invece no (Matteo 25:31-46). Questa distinzione non significa che le nostre opere ci fanno meritare un posto nel regno. Semmai, esse dimostrano che il Re regna già nel nostro cuore.

Quando il Vangelo ci trasforma, esso cambia il modo in cui trattiamo gli altri. Dio si prende cura di coloro che soffrono. Se siamo nati da lui, anche noi lo faremo.

Gesù non si è limitato a darci istruzioni e avvertimenti. Egli ha dimostrato una compassione costante nei confronti dei bisognosi. Egli ha mostrato tenerezza verso le donne, i bambini e i disabili—coloro che erano emarginati dalla società e considerati “inferiori”. Egli ha guarito gli ammalati, ha scacciato i demoni, toccato gli impuri e nutrito gli affamati. Gesù non ha solo il potere di moltiplicare il pane e i pesci; egli ha compassione per l’affamato. Egli non ha solo il potere di guarire; egli ha compassione per chi soffre.

Per essere veramente vangelocentrici, dobbiamo essere trasformati dal Vangelo. Dobbiamo predicare la buona notizia e dedicarci alle opere buone per la gloria del suo nome.


Amy DiMarcangelo è l’autrice di A Hunger for More: Finding Satisfaction in Jesus When the Good Life Doesn’t Fill You (TGC/Crossway) e scrive regolarmente per The Gospel Coalition. Amy vive con suo marito e i loro tre figli a South Jersey e sta conseguendo la laurea in studi teologici presso il Westminster Theological Seminary. Puoi trovarla su equippedformercy.com.

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