Discutiamo insieme di complementarietà

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Considerata la natura mutevole del sesso nel mondo attuale, non sorprende che la complementarietà tra uomini e donne divinamente concepita sia un argomento controverso. Dal un lato, desideriamo essere umili davanti al Signore e gli uni con gli altri, riconoscendo che è possibile commettere errori di interpretazione.

Dall’altro lato, non vogliamo intaccare l’autorità biblica affermando che tutto ciò che abbiamo sono “interpretazioni”. L’esistenza di interpretazioni in competizione tra loro non preclude che una sia giusta o almeno più corretta di un’altra. “Venite, e discutiamo” è un consiglio molto importante per il popolo di Dio, oggi come allora (Isaia 1:18).

Con questo in mente, vorrei rispondere ad alcune obiezioni comuni alla complementarietà.

Obiezione 1: Galati 3:28

“Non c'è qui né Giudeo né Greco; non c'è né schiavo né libero; non c'è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù” (Galati 3:28).

Per alcuni cristiani, questo testo risolve la questione dei ruoli dei sessi nella chiesa. Mentre gli insegnamenti di Paolo in 1 Corinzi e 1 Timoteo erano più occasionali, essi sostengono, questo è chiaramente transculturale. Galati 3:28 è il versetto. È impossibile comprendere qualcosa su uomini e donne a prescindere da questo versetto, e ogni versetto deve essere esaminato alla luce di questo per avere fondatezza.

Ma a parte il discutibile approccio di fare di questo versetto la parola finale sul soggetto, esso insegna davvero ciò che alcuni cristiani dicono? Galati 3:28 elimina i ruoli specifici dei sessi nella chiesa?

Esaminiamo il contesto più ampio di Galati. Paolo sta cercando di tracciare un percorso teologico nella controversia tra Giudei e Gentili che sta devastando la chiesa. La questione principale in gioco è se i Gentili devono vivere alla maniera dei Giudei per essere salvati. Questo a sua volta riporta Paolo alla questione ancora più vasta di cosa significa prima di tutto essere un vero Giudeo. Riceviamo lo Spirito mediante la legge o la fede (3:2)? Siamo giustificati dalla legge o dalla fede (2:16)? La risposta chiara di Paolo è che siamo dichiarati giusti davanti a Dio mediante la fede in Cristo.

Ma alcuni Giudei non avevano colto la portata di questo. Pietro, per esempio, ha dovuto essere rimproverato perché si era rifiutato di mangiare insieme ai Gentili (Galati 2:11-14). A quanto pare, alcuni in Galazia stavano commettendo un errore simile di pensare che Giudei e Gentili fossero su un piano spirituale diverso. Contro questo errore, Paolo sostiene energicamente che siamo tutti uno in Cristo.

Che cosa vuol dire allora che siamo tutti uno? In che modo non c’è né maschio né femmina? La differenza di sesso cessa di essere importante per coloro che sono in Cristo? Certamente no, o la logica dietro la condanna di Paolo dei rapporti intimi tra persone dello stesso sesso non avrebbe alcun senso (Romani 1:18-32).

In nessuna delle lettere di Paolo troviamo il più piccolo suggerimento che maschio e femmina hanno smesso di essere categorie importanti per la vita e il ministero. Paolo non sta cancellando la differenza tra sessi in modo generalizzato. Piuttosto, egli ricorda ai Galati che per quanto riguarda l’essere giusti davanti a Dio e lo stare insieme in Cristo, i segni del sesso, dell’etnia e della posizione sociale non sono di alcun vantaggio.

A rischio di trasferire la sensibilità moderna nel mondo biblico, possiamo dire, in un senso ben definito, che Paolo insegna un’uguaglianza tra i sessi. Uomini e donne sono entrambi prigionieri sotto la legge (3:23), entrambi sono giustificati per fede (3:24), entrambi non sono più sotto precettore (3:25), entrambi sono figli di Dio in Cristo (3:26), entrambi sono rivestiti di Cristo (3:27), ed entrambi appartengono a Cristo e sono eredi secondo la promessa (3:29). Il punto di Paolo non è che la mascolinità e la femminilità sono abolite in Cristo, ma che la differenza tra sessi non rende una persona più vicina o più lontana da Dio.

Obiezione 2: Efesini 5:21

“sottomettendovi gli uni agli altri nel timore di Cristo” (Efesini 5:21).

Nessuno vuole negare che dobbiamo amarci gli uni gli altri, stimare gli altri superiori a noi stessi, essere gentili e benevoli gli uni verso gli altri e trattare gli altri con rispetto e umiltà. Suppongo che questa sia una forma di “sottomissione reciproca”, ma è di questo che sta parlando il testo? Alcuni cristiani affermano che la sottomissione reciproca cancella le differenze nelle responsabilità coniugali e nelle strutture di autorità. Anche se alle mogli viene detto di sottomettersi ai loro mariti (la parola Greca è sottintesa ma non compare nel versetto 22), ciò avviene solo in un contesto in cui ci si sottomette già gli uni agli altri. Questo è il loro ragionamento, ma quanto regge?

La chiave per comprendere il versetto 21 è guardare ciò che viene dopo. Dopo l’ingiunzione di sottomettersi gli uni agli altri, Paolo descrive la giusta relazione tra soggetti diversi. Le mogli devono essere sottomesse ai mariti, i figli obbedire ai loro genitori e i servi ai loro padroni. Paolo ha in mente relazioni specifiche quando comanda la sottomissione reciproca.

La preoccupazione di Paolo non è che tutti si trattino con gentilezza e rispetto (benché anche questo sia opportuno) ma che i cristiani si sottomettano a quelli che sono in autorità su di loro: le mogli ai mariti, i figli ai genitori, i servi ai padroni. Sottomettersi gli uni agli altri nel timore di Cristo significa sottomettersi a coloro il cui ruolo comporta autorità su di noi. (Vale la pena ricordare che il linguaggio “gli uni gli altri” non sempre implica la reciprocità. Si veda, per esempio, Matteo 24:10; Luca 12:1; 1 Corinzi 7:5; 11:33).

Qualunque altro significato si voglia dare a Efesini 5:21 non rende giustizia al Greco. La parola per sottomissione (hypotasso) non è mai usata nel Nuovo Testamento per indicare un amore e un rispetto generico per gli altri. Hypotasso ricorre 37 volte nel Nuovo Testamento al di fuori di Efesini 5:21, riferendosi sempre a una relazione in cui una parte ha autorità sull’altra.

Così, Gesù si sottomette (hypotasso) ai suoi genitori (Luca 2:51), i demoni ai discepoli (Luca 10:17, 20), la carne alla legge (Romani 8:7), la creazione alla vanità (Romani 8:20), i Giudei alla giustizia di Dio (Romani 10:3), i cittadini alle autorità e ai magistrati (Romani 13:1, 5; Tito 3:1; 1 Pietro 2:13), lo spirito dei profeti ai profeti (1 Corinzi 14:32), le donne nelle chiese (1 Corinzi 14:34), i cristiani a Dio (Ebrei 12:9; Giacomo 4:7), tutte le cose a Cristo o Dio (1 Corinzi 15:27-28; Efesini 1:22; Filippesi 3:21; Ebrei 2:5, 8; 1 Pietro 3:22), il Figlio a Dio (1 Corinzi 15:28), le mogli ai mariti (Efesini 5:24; Colossesi 3:18; 1 Pietro 3:1, 5), i servi ai padroni (Tito 2:9; 1 Pietro 2:18); i giovani agli anziani (1 Pietro 5:5), e i cristiani a chi lavora nell’opera del Vangelo (1 Corinzi 16:16). In nessuna parte del Nuovo Testamento hypotasso si riferisce alle virtù reciproche della pazienza, della gentilezza e dell’umiltà. Si riferisce sempre a una parte, una persona o una cosa che si allinea all’autorità di un altro.

Obiezione 3: Schiavitù 

Spesso i cristiani si trovano in imbarazzo per l’apparente indifferenza, se non addirittura approvazione, della Bibbia nei confronti della schiavitù. Poiché i codici domestici del Nuovo Testamento comandano la sottomissione della moglie e l’obbedienza dello schiavo, alcuni cristiani concludono che entrambe le ingiunzioni sono di tipo culturale. Essi sostengono che Dio non ha creato cose come la schiavitù o il comando maschile; egli le ha semplicemente regolate. E anche se il Nuovo Testamento non rovescia questi modelli, esso incoraggia l’uguaglianza e il rispetto tra tutte le persone, piantando i semi per la completa emancipazione delle donne e degli schiavi nel futuro.

Come rispondiamo a questo ragionamento? Il modo migliore per affrontare questa obiezione è iniziare da un’analisi onesta della prospettiva biblica sulla schiavitù. È vero che la Bibbia non condanna apertamente la schiavitù. Va tuttavia ricordato che la schiavitù nel mondo antico non riguardava la razza. In America, non si può parlare di schiavitù senza parlare di bianchi e neri. Ma non era questo il contesto nel mondo antico. La schiavitù era molte cose, ma non era una cosa che riguardava la razza.

Eppure, perché Paolo, come Gesù del resto, non ha denunciato l’istituzione della schiavitù? Per prima cosa, il loro obiettivo non era fare una rivoluzione politica e sociale. A dire il vero, il cambiamento politico e sociale è seguito sulla scia del loro insegnamento, ma il loro obiettivo principale era spirituale. Essi annunciavano un messaggio di fede, di ravvedimento e di riconciliazione con Dio. Essi non commentavano ogni questione politica e sociale del giorno. Al contrario, nel libro di Atti Paolo è desideroso di dimostrare che essere un cristiano non rende una persona un agitatore o un insurrezionalista.

Più precisamente, il Nuovo Testamento non condanna apertamente la schiavitù perché nel mondo antico la schiavitù non era sempre indesiderabile (viste le alternative). Alcune persone si vendevano come schiave per sfuggire a una condizione di povertà insostenibile. Altri si facevano schiavi nella speranza di pagare i loro debiti o di uscire dalla schiavitù come cittadini Romani. La schiavitù non era necessariamente una condizione permanente. Poteva essere un passo verso una vita migliore.

Naturalmente, non vogliamo dipingere un quadro roseo della schaivitù nel mondo antico. Era una condizione disumanizzante e insopportabile. I padroni potevano trattare crudelmente i loro schiavi e costringerli —maschi e femmine, giovani e vecchi—a subire rapporti sessuali degradanti. Nondimeno, la schiavitù poteva essere una via d’uscita fattibile dalla povertà disperata.

Nell’Antico Testamento, per esempio, c’erano diversi modi in cui gli schiavi potevano guadagnarsi la loro libertà. In alcuni casi, venivi liberato dopo sei anni. Altre volte, un parente poteva acquistare la tua libertà o potevi acquistarla da te stesso. E nell’Anno del Giubileo, gli schiavi Ebrei venivano liberati e gli veniva restituita la loro eredità. L’Antico Testamento regolava la schiavitù in vari modi senza mai condannarla in modo esplicito.

Anche se la Bibbia non condanna apertamente la schiavitù, è anche vero che non la giustifica mai, e di sicuro non la elogia mai. La schiavitù non viene acclamata come un dono di Dio come lo sono i figli. La schiavitù non era stata dichiarata buona prima della caduta come lo fu il lavoro. Giovanni Crisostomo, predicando nel quarto secolo, spiegò il brano sul matrimonio in Efesini 5 e il brano sulla schiavitù in Efesini 6 con un linguaggio molto diverso. Sul perché le mogli dovrebbero sottomettersi ai loro mariti, egli scrive:

Perché se questi sono concordi, anche i figli sono bene allevati, i domestici sono disciplinati, i vicini, gli amici ed i parenti gustano questo profumo. . . . E come quando i comandanti sono in pace l’un con l’altro tutto è in ordine . . . così anche qui: perciò dice: “Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti come al Signore”.

Crisostomo ritiene che la sottomissione nel matrimonio sia un bene incondizionato. Ma quando arriva alla schiavitù in Efesini 6, così commenta:

Se qualcuno dovesse chiedere da dove viene la schiavitù e come mai essa è entrata nella vita umana . . . ve lo dico. La schiavitù è frutto della cupidigia, del degrado, della ferocia; giacché sappiamo che Noè non aveva schiavi, né ne aveva Abele, né Set, né quanti vennero dopo di loro. Questa cosa è stata frutto del peccato, della ribellione contro i genitori.

L’approccio di Crisostomo alla schiavitù è chiaramente molto diverso da quello alla sottomissione. L’autorità dell’uomo e la sottomissione nel matrimonio per lui erano scontate, anche se la giustificazione per l’istituzione della schiavitù non lo era.

La schiavitù non rientra nei buoni propositi di Dio per la Sua creazione. Anzi, la schiavitù che si è sviluppata nel Nuovo Mondo sarebbe stata bandita nell’Antico Testamento. “Chi rapisce un uomo - sia che poi lo abbia venduto sia che lo tenga ancora prigioniero - dev'essere messo a morte” (Esodo 21:16). Questo comandamento da solo non avrebbe permesso una cosa come il commercio di schiavi africani. Allo stesso modo, 1 Timoteo 1:8-10 dice:

Noi sappiamo che la legge è buona, se uno ne fa un uso legittimo; sappiamo anche che la legge è fatta non per il giusto ma per gl'iniqui e i ribelli, per gli empi e i peccatori, per i sacrileghi e gl'irreligiosi, per coloro che uccidono padre e madre, per gli omicidi, per i fornicatori, per i sodomiti, per i mercanti di schiavi, per i bugiardi, per gli spergiuri e per ogni altra cosa contraria alla sana dottrina.

La Bibbia condanna con chiarezza il tenere qualcuno prigioniero e venderlo come schiavo.

Anche se Paolo non si fece promotore della rivoluzione politica generalizzata e della soppressione dell’istituzione della schiavitù, egli incoraggiò gli schiavi a ottenere la loro libertà se possibile. “Ognuno rimanga nella condizione in cui era quando fu chiamato. Sei stato chiamato essendo schiavo? Non te ne preoccupare, ma se puoi diventare libero, è meglio valerti dell'opportunità” (1 Corinzi 7:20-21). Quando Paolo rimandò Onesimo, lo schiavo fuggitivo diventato cristiano, al suo padrone cristiano, Filemone, Paolo diede a Filemone questo consiglio:

Forse proprio per questo egli è stato lontano da te per un po' di tempo, perché tu lo riavessi per sempre; non più come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello caro specialmente a me, ma ora molto più a te, sia sul piano umano sia nel Signore! (Filemone 15–16)

Lungi dall’elogiare la schiavitù come un bene intrinseco, Paolo incoraggiò gli schiavi a ottenere la loro libertà se possibile. Egli esortò i padroni come Filemone ad accogliere i loro schiavi, non come schiavi, ma come fratelli.

Il punto è che la Bibbia, senza raccomandarla, regola l’istituzione della schiavitù laddove essa esisteva. Immagino che se Paolo scrivesse oggi a famiglie con figliastri e patrigni e matrigne, direbbe qualcosa come: “Figli, obbedite ai vostri patrigni, poiché questo è giusto nel Signore. Patrigni, amate i vostri figliastri come se fossero vostri figli. Poiché Dio vi ama anche se un tempo non appartenevate a lui”.

Se Paolo ci avesse scritto queste cose, sapremmo come figli e patrigni dovrebbero relazionarsi tra loro, ma non saremmo autorizzati a pensare che Paolo fosse a favore del divorzio e delle seconde nozze. Ci renderemmo conto che egli non sta commentando in un senso o nell’altro sulla situazione. Egli sta semplicemente regolando un sistema già esistente e che non dà segnale di voler sparire presto, anche se il sistema non faceva parte del disegno benevolo di Dio fin dal principio.

Obiezione 4: Donne nel ministero nella Bibbia

Qualcuno potrebbe chiedere: “Che dire di tutte le donne che nella Bibbia sono impegnate nel ministero?” Le donne nel ministero non sono il problema (anzi, è una cosa che va incoraggiata). Il problema sono le donne in posizioni di ministero inappropriate. Naturalmente alcuni cristiani sostengono che non vi sono ruoli inappropriati per le donne.

A sostegno di quanto affermano, indicano le innumerevoli donne nella Bibbia con ruoli di leadership. Per esempio, si potrebbe sostenere che i comandi in 1 Timoteo 2 devono essere validi esclusivamente per la situazione a Efeso, perché un certo numero di donne nella Bibbia hanno insegnato ed esercitato autorità sull’uomo.                                                                           Guardiamo brevemente ad alcuni degli esempi più comuni e cerchiamo di capire se queste donne hanno esercitato il genere di autorità e sono state impegnate nel genere di insegnamento in disaccordo con il modello di Genesi e con le attività proibite da Paolo.

Debora

Debora sembra essere un’evidente eccezione alla regola esposta in 1 Timoteo 2. Lei era una profetessa e una giudice, e sovrintese a un periodo di vittoria e di pace in Israele (Giudici 4-5). Anche se Debora ricoprì questi ruoli importanti, lo fece unicamente come donna e in modi diversi rispetto agli uomini che avevano svolto queste funzioni.

Primo, sembra essere l’unico giudice privo di funzioni militari. A Debora, invece, viene detto di mandare Barac (un uomo) a condurre le manovre militari (4:5–7). Anche quando Debora va in battaglia con Barac, è lui che guida i 10.000 uomini alla carica (4:10, 14–16).

Secondo, Barac viene rimproverato in primo luogo per aver insistito che Debora andasse con lui. Debora affidò di sua spontanea volontà la leadership a Barac e poi lo costrinse a vergognarsi per la sua esitazione (4:9). La gloria non sarebbe perciò andata a Barac ma a Iael, la moglie di Eber il Cheneo (4:9, 22). Terzo, qualunque tipo di autorità Debora abbia condiviso con Barac, non era un’autorità di tipo sacerdotale o di insegnamento.

Profetesse 

Oltre a Debora, diverse altre donne sono chiamate profetesse nell’Antico e nel Nuovo Testamento: Miriam (Esodo 15:20), Culda (2 Re 22:14), Noadia (Neemia 6:14), Anna (Luca 2:36) e le figlie di Filippo (Atti 21:8-9). Due commenti possono aiutare a collocare il ministero delle profetesse nel loro giusto contesto.

Primo, ricordiamo che la profezia di cui si parla nel Nuovo Testamento non era identica alle altre forme di ministero della parola. Ai profeti presenti all’interno delle congregazioni nel Nuovo Testamento venivano date occasionalmente parole suggerite dallo Spirito che dovevano essere valutate in funzione dell’insegnamento comunemente accettato. Le figlie di Filippo e i profeti di Corinto non erano gli equivalenti dei predicatori o di chi insegna con autorità.

Secondo, nell’Antico Testamento, dove la profezia porta con sé un’autorità assoluta, vediamo donne profetesse svolgere il loro ministero in modo diverso dai profeti maschi. Miriam serviva le donne (Esodo 15:20), e Debora e Culda profetizzavano più in privato che in pubblico. Diversamente dai profeti come Isaia o Geremia che dichiaravano pubblicamente la parola del Signore perché tutti la ascoltassero, Debora giudicava quelli che andavano da lei in privato (Giudici 4:5) e istruì Barac individualmente, mentre Culda profetizzò in privato ai messaggeri che Giosia mandò da lei (2 Re 22:14-20). Noadia, l’unica altra profetessa citata nell’Antico Testamento, si era opposta a Neemia insieme all’empio profeta Semaia. L’esempio di disobbedienza di Noadia non ci dice nulla sul disegno divino per le donne nel ministero.

Priscilla

Citata tre volte nel libro di Atti e tre volte nelle Epistole, Priscilla/Prisca era evidentemente una figura ben conosciuta nella chiesa primitiva (Atti 18:2, 18, 26; Romani 16:3; 1 Corinzi 16:19; 2 Timoteo 4:19). Il più delle volte il suo nome è riportato prima di quello del marito Aquila, il che potrebbe essere rilevante come potrebbe anche non esserlo.

Probabilmente era la più figura più prominente tra i due, o forse si era convertita prima di suo marito, o forse i discepoli conobbero lei per prima (come quando sei amico di Sally da tanto tempo e poi lei sposa Joe, così ti riferisci a loro come a “Sally e Joe”). In ogni caso, insieme istruirono Apollo, un insegnante influente. Ma anche in questo caso, l’insegnamento ebbe luogo privatamente (Atti 18:26). Priscilla potrebbe essere stata colta, saggia e influente, ma non c’è nessuna indicazione che lei insegnasse con autorità agli uomini.

Febe

Paolo raccomandò Febe ai Romani come diakonos della chiesa di Cencrea (Romani 16:1). Questo potrebbe significare che Febe era una diaconessa o che, più genericamente, era una servitrice. La parola stessa è ambigua. In ogni caso, non c’è nessuna indicazione che Febe la servitrice insegnasse con autorità sugli uomini o fosse una guida spirituale di uomini.

Giunia

Paolo chiede di salutare Andronico e Giunia, dicendo che “si sono segnalati fra gli apostoli” (Romani 16:7). Alcuni cristiani usano questo versetto per sostenere che una donna può esercitare autorità sugli uomini perché Giunia (una donna) era un apostolo. Questo è un argomento debole per diverse ragioni.

Primo, è probabile che Giunia (iounian in Greco) fosse un uomo, non una donna. Secondo, “segnalati fra gli apostoli” suggerisce che Giunia era stimata dagli apostoli, non che lei fosse un apostolo. Terzo, anche se Giunia fosse stata una donna e fosse stata un apostolo, non è chiaro se lei fosse un apostolo come i Dodici. “Apostolo” può essere usato nel senso meno tecnico di messaggero o rappresentante (2 Corinzi 8:23; Filippesi 2:25).

Evodia e Sintìche

Evodia e Sintìche (entrambe donne) erano collaboratrici di Paolo, che combattevano a suo fianco per la causa del Vangelo (Filippesi 4:3). Qui non c’è niente che implichi insegnamento o autorità sugli uomini. Ci sono centinaia di modi di lavorare per la causa del Vangelo senza violare le norme stabilite in 1 Timoteo e i modelli presenti nel resto della Scrittura.

Senza scuse, dobbiamo affermare pienamente l’importanza dell’opera svolta da Evodia e Sintìche nella causa del Vangelo, opera che milioni di donne continuano a svolgere, senza pensare che la loro presenza nel ministero stravolga in qualche modo l’insegnamento biblico sugli uomini e le donne nella chiesa.

Signora eletta

Alcuni sostengono che la “signora eletta” in 2 Giovanni è il pastore/anziano della chiesa. In ogni caso, la signora eletta non è il pastore della chiesa; è la chiesa. Non solo la lettera è troppo generica per essere indirizzata a una persona specifica (cf. 3 Giovanni), non solo l’immagine di una donna è usata spesso per descrivere la chiesa (cf. Efesini 5; Apocalisse 12), ma, in maniera molto più determinante, Giovanni usa la seconda persona plurale in tutto 2 Giovanni, e ciò indica che egli non ha in mente un individuo ma un corpo di credenti (vv. 6, 8, 10, 12).

Obiezione 5: Doni e chiamata

Le donne hanno doni spirituali indispensabili, tra cui doni di insegnamento e di leadership. Tutti noi conosciamo donne che sono grandi organizzatrici, amministratrici, comunicatrici e leader. Nessuno di noi vuole che questi doni vadano sprecati, ma la Bibbia stabilisce determinati modi in cui questi doni devono essere usati. Le donne possono, e devono, esercitare potenti doni di insegnamento, a condizione di non insegnare con autorità sugli uomini. Insegnare ai bambini e ad altre donne significa davvero sprecare i doni di una donna?

Inoltre, il fatto che delle persone abbiano tratto beneficio dai doni delle donne erroneamente utilizzati (insegnare con autorità sugli uomini) è un’argomentazione basata più sul risultato che sull’obbedienza. Il fatto che Dio ci usi, quando noi come chiesa sembriamo allontanarci dalla Sua parola così spesso, è una testimonianza della Sua grazia, non un modello per il ministero.

Dio ha benedetto l’insegnamento pubblico delle donne sugli uomini loro malgrado, così come Dio ha usato me per benedire altri me malgrado. L’obiettivo in entrambi i casi è conoscere la verità più chiaramente e avvicinarci di più ad essa. Dire “ma funziona!” è un modo sbagliato per misurare la nostra fedeltà.

Allo stesso modo, non possiamo prendere decisioni sulla leadership della chiesa con un appello generale al sacerdozio di tutti i credenti. Ho sentito dire: “Sì, certo, i sacerdoti dell’Antico Testamento erano tutti uomini, ma questo non ha rilevanza sui modelli di leadership del Nuovo Testamento, perché ora siamo tutti ‘un sacerdozio regale’ e una ‘nazione santa’” (vedi 1 Pietro 2:9). È vero che noi —donne e uomini—siamo un sacerdozio regale.

Tuttavia, la descrizione di Pietro della chiesa neotestamentaria era semplicemente una ripetizione della parola che Dio diede al popolo al Sinai quando Egli dichiarò: “Mi sarete un regno di sacerdoti, una nazione santa” (Esodo 19:6). Il sacerdozio di tutti i credenti è un concetto dell’Antico Testamento (e riguarda la nostra santità comune, non i nostri doni comuni). Se nell’Antico Testamento un sacerdozio esclusivamente maschile era coerente con un regno in cui ogni persona era un sacerdote, non c’è motivo di pensare che un anzianato esclusivamente maschile sia incoerente con il sacerdozio di tutti i credenti nel Nuovo Testamento.

In modo analogo, l’appello alla chiamata non è molto convincente. Anni fa, il periodico Cattolico First Things pubblicò due saggi sull’ordinazione delle donne (uno pro e l’altro contro). La donna che scriveva a favore dell’ordinazione delle donne concluse il suo pezzo facendo appello al senso di chiamata:

È stato detto molto sul perché non c’è nessuna ragione per non ordinare le donne. Tuttavia è necessario spendere ancora una o due parole sul perché l’ordinazione delle donne si deve fare. . . . Come disse una volta Santa Tecla: “L’unica spiegazione per la vita monastica sta semplicemente nel fatto che Dio chiama alcune persone a questo tipo di vita”. Allo stesso modo, l’unica spiegazione per l’ordinazione delle donne sta nel fatto che Dio chiama alcune donne ad essere ordinate.

Anche se una chiamata può essere sinceramente avvertita, farne il fattore decisivo è pericolosamente soggettivo. Non ho nessun problema se le persone, riferendosi alla loro vocazione, pastorale o di altro tipo, la definiscono “chiamata”, se con ciò intendono semplicemente riconoscere un fine spirituale nella loro opera. Ma come strumento decisionale, cercare di discernere la chiamata di una persona in base ai sentimenti e alle impressioni interiori è una guida non sicura. La rivelazione oggettiva di Dio nella Scrittura deve avere la precedenza sulla nostra interpretazione soggettiva della volontà di Dio per la nostra vita.

Nota editoriale: 

Contenuto adattato da Men and Women in the Church di Kevin DeYoung, ©2021. Usato con il permesso di Crossway.


Kevin DeYoung (PhD, University of Leicester) è pastore senior della Christ Covenant Church di Matthews, North Carolina, consigliere di The Gospel Coalition e professore assistente di teologia sistematica al Reformed Theological Seminary (Charlotte). Ha scritto numerosi libri, incluso Just Do Something. Kevin e sua moglie, Trisha, ha nove figli: Ian, Jacob, Elizabeth, Paul, Mary, Benjamin, Tabitha, Andrew, e Susannah.

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