‘Una cosa per cui vale la pena dare la tua vita’: Le avventure missionarie di Rick Sacra

Il missionario medico Rick Sacra è stato evacuato tre volte, ogni volta dallo stesso posto.

Ha passato la sua carriera nell’ospedale di una missione in Liberia, lasciando il paese quando si trovava in pericolo fisico e poi facendovi nuovamente ritorno dopo la guerra civile, l’instabilità politica e l’epidemia di Ebola.

Se gli si chiede perché continua a tornarci, si metterà a ridere e ti dirà che è un testardo.

Ma non è solo quello il motivo.

“Quando succede qualcosa alle persone che ami, per quanto sia difficile essere lì con loro, è ancora peggiore essere lontani da loro e non poterle aiutare”, ha affermato il suo collega missionario e amico di una vita Dave Decker.

E’ la stessa cosa che provi quando tuo figlio si ammala a scuola, o quando tua sorella che abita in un’altra città ha un incidente stradale. E’ come ti saresti sentito se ti fossi trovato all’estero quando gli aerei colpirono il World Trade Center. E’ quella cosa che fece ritornare Bonhoeffer in Germania, e che riportò Gandhi in India.

Ma non è del tutto così, perché Rick è nato vicino a Boston. Ha frequentato il college a Rhode Island e la facoltà di medicina in Massachusetts. Ha sposato una ragazza della Florida. Semmai casa sua era la costa orientale.

“Durante la guerra, quando l’ospedale ELWA dovette chiudere temporaneamente, i Sacra seguirono i rifugiati Liberiani in Costa d’Avorio e li servirono”, ha detto il collega missionario medico Jon Fielder. L’associazione di Fielder, African Mission Healthcare, ha premiato Sacra per il suo impegno nel servizio medico cristiano lo scorso ottobre.

“Pensiamoci un momento: I Sacra avrebbero potuto—piuttosto comprensibilmente—decidere di ritornare negli Stati Uniti. Il loro ospedale era chiuso, i pazienti fuggiti. Avrebbero potuto andare in una regione africana politicamente più stabile. In molti luoghi c’è un bisogno estremo di dottori. Perché allora seguire i Liberiani in un’altro paese?”

Da Boston a Monrovia

Rick è cresciuto in una chiesa Congregazionalista nella periferia di Boston, frequentando la scuola domenicale, i ritiri biblici estivi e il gruppo giovanile.

“Molti missionari venivano e presentavano la loro opera”, ha detto Rick. Alle medie già voleva diventare uno di loro. Faceva sempre la stessa domanda: “Avete bisogno di dottori laggiù?”

Perché voleva fare entrambe le cose. Quando era bambino leggeva libri sul corpo umano, sugli animali e su biologi come Louis Pasteur e Alexander Fleming. Alle scuole elementari, disse a suo padre che voleva andare a scuola di medicina. In terza media, il momento saliente dell’anno fu quando fu operato di appendicite.

Rick non vacillò mai dal suo obiettivo, tranne che per un breve momento di panico all’università quando il suo professore gli disse che i suoi voti non erano abbastanza alti da permettergli di iscriversi alla facoltà di medicina. Lasciò la sua rock band, si trasferì in una stanza vicina al suo amico più secchione, e migliorò i suoi voti.

Dopo il college, Rick e la sua fidanzata, Debbie, passarono l’estate in Giappone con Campus Crusade (ora Cru) per farsi un’idea del lavoro missionario all’estero. L’esperienza piacque ad entrambi, ma vennero a sapere che a quasi tutti piacciono i viaggi missionari estivi. Per fare una vera esperienza, fu loro detto, dovevano rimanere per almeno un anno.

Così la coppia si mise in cerca di un posto in cui poter servire per un anno. Trovarono un elenco di ospedali missionari in Africa (il continente con i maggiori bisogni sanitari) e chiesero a dieci di essi se potevano venire lì per un anno.

Ma tutti risposero di no.

“Gli studenti di medicina possono restare lì solo otto settimane”, dice Rick. Gli ospedali delle missioni non sono organizzati per accogliere gli studenti più a lungo.

Anche l’ospedale ELWA di Monrovia, Liberia, rispose di no. L’ospedale fu costruito nel 1964 da una società missionaria per aiutare la comunità che era cresciuta attorno alla prima stazione radiofonica in Africa—le cui iniziali sono appunto ELWA.

Ma la comunità ELWA aveva pure una scuola elementare frequentata da circa 150 bambini che stava cercando un insegnante di scienze sociali. E Debbie era un’insegnante di scienze sociali.

“Non conoscevamo niente”, ci ha detto Rick. “Non ci sentivamo chiamati ad andare in Liberia o in qualche altro posto. Quando venimmo a sapere che potevamo andare, dovemmo andare in biblioteca e prendere qualche libro per capire dove si trovava”.

Scoprirono che la Liberia si trovava sulla costa occidentale africana e che era una nazione fondata da ex schiavi provenienti dall’America e dai Caraibi nel 1822, il cui sviluppo economico era proceduto molto lentamente, e il cui presidente Samuel Doe—che aveva ottenuto il potere con un colpo di Stato—lo conservava soffocando sul nascere altri tentativi di colpo di Stato.

I Sacra trascorsero l’anno scolastico 1987–1988 a Monrovia, in un complesso affollato da quasi 70 missionari—dottori, insegnanti, genitori di ragazzi iscritti al collegio, personale della radio—e le loro famiglie.

“Ci innamorammo della Liberia”, ha detto Rick. “Ci piacevano le persone, la cultura, tutto”.

Andare a vivere in Africa

Al termine dell’anno scolastico 1987–1988, i Sacra ritornarono negli Stati Uniti in modo che Rick potesse finire la facoltà di medicina e la specializzazione.

Nel frattempo, Charles Taylor (non il filosofo Canadese) tentò l’ennesimo colpo di Stato contro Doe. Il presidente fu assassinato nel 1990, lasciando un vuoto di potere che Taylor e i suoi capi militari si contesero per altri sette anni.

“Quando fummo accettati [come missionari] da SIM nel 1994, le cose si erano un po’ calmate tanto che la Liberia si stava aprendo di nuovo” dice Rick. “Non abbiamo mai preso seriamente in considerazione altre opzioni o di andare da qualche altra parte”.

Il complesso residenziale in cui fecero ritorno appariva molto diverso. Dopo due evacuazioni del personale di SIM, solo un terzo dei missionari era rimasto. Gli edifici erano stati danneggiati da colpi di mortaio. La tipografia era stata ridotta in macerie. Il radiotrasmettitore era stato trafugato.

“Ma c’era molto ottimismo nel 1995 quando arrivammo lì”, dice Rick. Dopotutto, al potere c’era un governo di transizione, quindi non c’era più bisogno di combattere. SIM non vedeva l’ora di ricostruire.

I Sacra—Rick, Debbie, e i loro due figli piccoli—erano in Liberia soltanto da quasi un anno quando “tutto andò a pezzi di nuovo”.

Prima evacuazione

Quando i combattimenti scoppiarono a Monrovia nell’aprile del 1996, la maggioranza delle ONG richiamarono il loro personale.

“Partire era straziante perché la crisi non era finita, ma era peggiorata a tal punto da non poter restare lì per fare il nostro lavoro”, dice Decker, che lasciò il paese con i Sacra. “Dover lasciare persone che conoscevamo e amavamo nel momento di maggior bisogno era una cosa straziante come poche. Mentre l’aereo o l’elicottero decollano, ti aspetti di sentire un grande sollievo, ma non ti senti mai veramente sollevato”.

L’attesa negli Stati Uniti fu “frustrante e assai incerta”, ha detto Rick. “Avremmo voluto ritornare presto in Africa, ma Debbie era incinta e aveva fatto un cesareo con i nostri primi due figli”.

I combattimenti in Liberia si calmarono in agosto quando fu siglato un trattato di pace che prevedeva elezioni l’anno dopo. I Sacra restarono negli Stati Uniti il tempo di permettere a Debbie di dare alla luce il loro terzo figlio, poi presero un aereo per ritornare in Africa quando il piccolo aveva 4 mesi.

Ma non poterono ritornare subito in Liberia, che priva di un leader al potere viveva ancora in una situazione di instabilità. Così si diressero nella confinante Costa d’Avorio, dove migliaia di rifugiati Liberiani erano fuggiti. “Alcuni di noi iniziarono a tornare in Liberia per 10-14 giorni alla volta”, ha detto Rick.

Fece così per un anno, mentre Taylor fu eletto presidente da una nazione stanca di violenza, mentre SIM informò ELWA che non era in grado di riaprire di nuovo dopo tre evacuazioni in sei anni, e mentre i Liberiani dicevano che avrebbero riaperto l’ospedale loro stessi. Poi parlò con SIM per lasciarlo andare a lavorare all’ospedale ELWA.

“Amavo quell’ospedale”, dice. “Volevo aiutare a renderlo operativo”.

E’ qui che vediamo la sua testardaggine, che Debbie chiama pertinacia.

“Rick è una persona che porta avanti una cosa fino a quando Dio gli mostra chiaramente che c’è qualcos’altro da fare” ha detto. “Non abbiamo mai sentito che Dio ci stesse dicendo di fare qualcos’altro”.

Rick trasferì di nuovo la sua famiglia in Liberia nel giugno del 1998, in un campus senza elettricità e acqua corrente. “Mandavamo il custode al pozzo per riempire le botti”, dice. “Mi strofinavo le mani prima di un taglio cesareo mentre un’infermiera o un’assistente mi versavano l’acqua. Se c’era bisogno di fare un intervento chirurgico, accendevo il generatore”.

Per diversi anni, Sacra divise il lavoro con il medico missionario Steve Befus; quando a Befus fu diagnosticato un linfoma nel 2000, Sacra rimase l’unico medico missionario a lungo termine nello staff. Portò in ospedale alcuni dottori Liberiani e scoprì che che gli piaceva fare loro da mentore.

“Mi piace insegnare a un dottore più giovane come si fa un taglio cesareo o come si assiste una persona che soffre di insufficienza cardiaca”, ha detto. “Mi piace trasferire conoscenza e competenze ai nostri specializzandi”.

E per cinque anni in Liberia ci fu pace.

“Viviamo letteralmente sulla spiaggia”, ha detto Sacra. “E’ un bellissimo posto per i bambini, fin quando non ci sono proiettili che volano in aria”.

Seconda evacuazione

Nel 1999, proiettili iniziarono di nuovo a volare dappertutto, questa volta nelle zone rurali. Nel 2003, i ribelli arrivarono a Monrovia proprio quando Taylor fu incriminato da un tribunale delle Nazioni Unite per i crimini di guerra commessi durante la sanguinosa guerra civile nella vicina Sierra Leone.

“ELWA non si è mai trovata in una zona di combattimento”, ha detto Rick. Ma questo dipende da cosa si intende con “zona”, perché gli scontri avvenivano “da nove a undici chilometri da dove eravamo noi. Potevamo sentirli”.

Debbie e i ragazzi partirono; tre settimane dopo, SIM portò fuori anche Rick. Ma la famiglia non lasciò l’Africa; rimasero in Costa d’Avorio fino alle dimissioni di Taylor.

“Non ci siamo mai sentiti in pericolo”, dice Debbie. “Sentivamo che il Signore ci stava proteggendo”.

E lo fece. Dopo la fine della guerra civile, i Sacra si stabilirono nel ministero a ELWA. Si aggiunsero nuovi membri alla squadra missionaria. L’unica facoltà di medicina della Liberia riaprì.

“Quelli furono davvero gli anni della ricostruzione”, ha detto Debbie.

Difficile stare lontani 

I Sacra ritornarono negli Stati Uniti nel 2010 e vi rimasero per qualche anno, per sistemare i loro ragazzi alle superiori e all’università e prendersi una pausa.

Ma Rick era convinto di dover iniziare un programma di specializzazione per medici di famiglia.

Il bisogno era enorme. Dopo 14 anni di guerra civile in cui morirono 270.000 persone, solo sedici ospedali erano rimasti relativamente operativi. Nove medici su dieci avevano lasciato il paese, lasciando 90 dottori per una popolazione poco inferiore ai 4 milioni di abitanti. Il sistema di formazione medico era allo sfascio; non c’erano stati programmi di specializzazione di alcun tipo per venti anni.

Così Rick si divise tra due continenti, riuscendo a lavorare in Liberia un mese ogni tre. (La clinica per persone a basso reddito in cui lavora mentre si trova negli Stati Uniti gli permette di avere orari flessibili). Trascorse il maggio 2014 in Liberia e il suo ritorno era previsto a metà agosto.

Quella primavera, casi del raro e spesso fatale virus Ebola furono segnalati nella vicina Guinea. L’ospedale ELWA allestì un’unità di isolamento in aprile, ma per tutto il tempo che Rick restò lì, rimase vuota.

Il virus Ebola colpisce

L’11 giugno, il Ministero della Salute Liberiano inviò a ELWA i suoi primi pazienti colpiti dal virus Ebola. Uno di essi morì in ambulanza.

Nelle sei settimane successive, il virus Ebola si diffuse a Monrovia. Si diffonde tramite contatto con i fluidi corporei come il sangue e il vomito; ben presto gli ospedali diventarono il posto più pericoloso in cui trovarsi. Gli operatori sanitari che non erano stati contagiati abbandonarono il paese spaventati e frustrati. Uno dopo l’altro, gli ospedali chiusero.

“Il numero di pazienti crebbe in modo esponenziale”, riferì a Time magazine il medico missionario Kent Brantly. Stava lavorando nell’unità di isolamento di ELWA quando lui e Nancy Writebol, l’infermiera che lo assisteva, contrassero il virus. Giorni dopo, il virus fu diagnosticato a un’altra infermiera. L’ospedale ELWA chiuse per le attività di decontaminazione.

Mentre il Dipartimento di Stato si era attivato per riportare Brantly e Writebol negli Stati Uniti, il centro per la prevenzione e il controllo delle malattie sconsigliava di mettersi in viaggio verso l’Africa occidentale. (Complessivamente, circa il 60 per cento degli oltre 28,000 pazienti affetti da Ebola nell’Africa occidentale morirono a causa del virus).

Ma Rick stava già prenotando il suo biglietto.

“La mia maggiore preoccupazione era che tutti gli ospedali di Monrovia erano chiusi”, ha detto. “Abbiamo una capitale con un milione e mezzo di abitanti e nessun posto dove andare. Se ti viene l’appendicite, morirai. Se hai un’ernia strozzata o ti serve un taglio cesareo, non ce la farai a sopravvivere”.

E in ogni caso se la sarebbe cavata, pensarono Rick e Debbie per rassicurararsi. Avrebbe svolto il suo lavoro tra la popolazione comune, e secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, se i tuoi pazienti non hanno la febbre alta, non hanno l’Ebola. (“Questo si rivelò non essere vero”, ha detto Rick).

Atterrò qualche ora prima che l’infermiera Writebol partisse e si mise al lavoro per aiutare il direttore medico Jerry Brown a riaprire l’ospedale. Spaventato dal timore del contagio, gran parte del personale era rimasto a casa. Una notte tutto il personale ospedaliero era composto da Rick e da un farmacista.

Rick si trovava in Liberia da quattro settimane quando la sua temperatura iniziò a salire. Si mise subito in isolamento. Quando seppe che gli esami erano positivi all’Ebola, chiamò Debbie.

“Fu straordinaria durante quel periodo”, ha detto. “Non mi ha mai detto: ‘Cosa pensavi di fare?’ Nemmeno una volta. E’ stata davvero fantastica”.

Imperterrito

Ma altri invece lo dissero. Decker ricorda che stava guardando un notiziario su Rick dalla televisione di una palestra. Il suo compagno di allenamento disse: “E’ la cosa più stupida che si possa fare. Non posso credere che sia andato lì”.

Non era l’unico. Le sezioni dei commenti dei giornali e i social media erano pieni di persone che dicevano la stessa cosa. La nazione fu talmente scioccata da questi operatori sanitari che erano disposti a sacrificarsi per i pazienti vittime dell’Ebola che in seguito furono eletti Persona dell’anno dalla rivista Time.

Né le critiche né le lodi turbavano Rick. Fu trasportato in un’unità di isolamento nella città di Omaha (USA), e al termine della prima settimana era in grado di parlare un pò con Decker.

“Mi riempì le orecchie, e mi misi lì seduto a prendere appunti su tutto quello che aveva visto in Liberia e quello che secondo lui andava fatto”, ha detto Decker. “Qui c’è un uomo che è quasi morto di una delle malattie più spaventose che si possano immaginare, e tutto ciò a cui pensa è la crisi umanitaria in Liberia”.

Il 25 settembre, Rick fu dimesso dall’ospedale. Dieci giorni dopo, contrasse febbre e tosse, e dovette farvi ritorno. Il suo occhio sinistro era appannato. I suoi muscoli sembravano segatura. All’inizio, riusciva a stare solo tre minuti sulla cyclette.

Il giorno del Ringraziamento, iniziò a sentirsi irrequieto per la Liberia.

A gennaio, tornò a Monrovia.

Il dono della generosità

“Bisogna capire che è Dio ad averle fatte così”, dice Debbie di persone che, come Rick, corrono verso fiamme, proiettili e malattie mortali contagiose quando gli altri scappano dall’altra parte. “Ricordo che fin dall’inizio del nostro matrimonio capii che la sua generosità—non solo con i soldi, ma con tutto se stesso—è un dono spirituale. E dovevo sempre ricordare che non si può spegnere lo Spirito e il modo in cui lo Spirito muove qualcuno a manifestare il suo dono spirituale”.

Quanto è difficile a volte per il coniuge (e per i genitori, i fratelli, i figli e gli amici) che si preoccupa e aspetta?

“Sì, mi sento frustrata con mio marito dottore che è sempre disposto a curare chiunque a qualunque ora”, ha detto. “Ma devo lasciare che anche il mio cuore sia generoso, anche se non è proprio il mio dono. Devo lasciare che la generosità di Dio si riversi attraverso di lui, e cresco in generosità permettendogli di esercitare il suo dono spirituale”.

Questa è “una totale arresa” ci ha detto Debbia. “Significa non mettere condizioni al modo in cui Dio ti guida”.

“I Sacra non sono i soli nel loro incauto abbandono delle logiche di vita che i moderni e colti professionisti occidentali pensano di dover seguire”, ha scritto Fielder.

Ne elenca alcuni: Jeff Perry, che è rimasto nel Sud Sudan anche dopo il distacco della sua retina, deciso a lavorare “con o senza vederci dal mio occhio destro”. Stephen Foster, che ha continuato a servire in Angola nonostante cobra, soldati armati che cercavano di rapire le sue infermiere, e la poliomielite di suo figlio. Russ White, che è quasi morto prima per uno shock settico e poi per un’infezione al cervello, ma che nonostante questo lavora ancora in Kenya.

“[Ai missionari] succede una cosa strana: non ti sembra più di essere in una terra straniera con gente anonima”, ha detto Decker. “Diventa casa tua. Essi sono la nostra gente, la nostra famiglia”.

Per molti versi, questo è un nucleo familiare persino più saldo di quello che ha in comune il cognome. Questi sono fratelli spirituali uniti dalla loro missione di salvare vite, fisicamente ma anche spiritualmente.

Come cristiano, a volte Rick “fa il secondo miglio, solo per aiutare qualcuno che ha bisogno delle sue cure”, ha detto Rachelle Harris, un’infermiera Liberiana che gestisce il progetto HIV/AIDS a ELWA. “Molti dei pazienti affetti da AIDS trovano speranza dopo un incontro con il Dott. Rick, il quale dice loro che, nonostante la loro situazione, possono ancora vivere e diventare quello che vogliono essere. A volte si mette persino a piangere con loro . . . il suo impatto ha dato speranza ai perduti e agli stanchi”.

“Amo la cultura Liberiana. Mi sono pienamente inserito in essa e la capisco”, ha detto Rick, che può mettersi a parlare un dialetto Liberiano talmente bene che per un attimo penseresti che abbia passato il telefono a qualcun altro. “Amo insegnare. Amo fare la differenza nelle vite delle persone”.

Non ha ancora finito. Con i 500.000 dollari del premio Gerson L’Chaim, ha intenzione di formare studenti in medicina di famiglia (la Liberia a tuttoggi ha solo un dottore ogni 15.000 abitanti). Vuole installare pannelli solari in modo che l’ospedale possa disporre di energia elettrica a prezzi più accessibili. E vuole allestire un reparto di terapia intensiva—fondamentale in una nazione che dispone di poche risorse per curare le vittime di traumi, le donne incinta con la pressione molto alta, o i neonati malati.

L’impegno dei Sacra rappresenta il meglio dell’iniziativa missionaria — Impegnarsi per un popolo, un luogo, un’istituzione, con amore e sacrificio radicale” ha detto Fielder. “Quando sento storie come questa mi viene sempre in mente il primo capitolo di Rut, quando Rut dice a Naomi: “Dove andrai tu, andrò anch'io; e dove starai tu, io pure starò; il tuo popolo sarà il mio popolo, e il tuo Dio sarà il mio Dio; dove morirai tu, morirò anch'io, e là sarò sepolta. Il SIGNORE mi tratti con il massimo rigore, se altra cosa che la morte mi separerà da te”.

“Non riesco a pensare a nessuno degli amici e dei familiari di Rick che gli abbia detto: ‘Non tornare in Liberia’”, ha detto Debbie.

“Sono orgoglioso di quello che sta facendo”, ha detto Decker. “Riposiamo sulla bontà sovrana di Dio e camminiamo con gli occhi ben aperti. Non c’era nessuna garanzia che sarebbe sopravvissuto, e lo stesso vale per Kent e Nancy, ma noi tutti avremmo detto che questa è una cosa per cui vale la pena dare la tua vita”.


Sarah Eekhoff Zylstra scrive per The Gospel Coalition. Ha conseguito il suo master in giornalismo alla Northwestern University.

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