Pastore, apri il tuo cuore come Paolo

Craig Barnes, presidente del Princeton Seminary, recentemente ha rievocato i suoi 32 anni di ministero nella chiesa. Che cosa gli manca, adesso che non è più nel pastorato?

La risposta sorprendente che ha dato è stata questa: i funerali.   

Uno dei motivi principali, spiegò, è che dopo un funerale di solito era invitato a casa di un membro della famiglia del defunto. La gente girava per la casa, prendeva qualcosa da mangiare, elaborava il suo dolore, condivideva storie, piangeva e rideva. In quelle occasioni, le persone spesso contano sul pastore per ricevere conforto umano e divino. I pastori hanno il dovere di adottare “una sacra riservatezza”, osserva Barnes, quando i membri di chiesa (e altre persone) che essi amano profondamente “vanno in giro mettendo allo scoperto i loro cuori”.

Quando Paolo scrisse a Timoteo e a Tito, c’è motivo di ritenere che stesse aprendo il suo cuore a collaboratori che avevano bisogno di (ri)aprire il loro a Paolo, e ancora di più a Dio. Dopo aver dedicato qualche anno a meditare su queste lettere, vorrei indicare alcuni brani biblici che trasmettono un profondo legame emotivo che può sfuggire a un lettore poco familiare con le epistole pastorali di Paolo, o che ha troppa confidenza con esse da trovarle noiose e banali.

Indicatori di intensità emotiva

Paolo dice in 1 Timoteo 6:11: “Ma tu, uomo di Dio, fuggi queste cose, e ricerca la giustizia, la pietà, la fede, l’amore, la costanza e la mansuetudine”. Questa traduzione omette una piccola parola prima di “uomo di Dio”, traducibile con “o!” In Greco la parola indica un discorso appassionato rivolto a una persona e di solito è carica di contenuto emotivo, come suggerisce il punto esclamativo.

C’è sicuramente un’emozione profonda nell’esortazione di Paolo. Da nessun’altra parte del Nuovo Testamento qualcuno è chiamato “uomo di Dio”. La frase è però usata nel Vecchio Testamento in Greco (ben conosciuto da Paolo e Timoteo) per indicare figure importanti come Mosè, Davide, Elia ed Eliseo. Paolo probabilmente la utilizza qui per riaccendere in Timoteo il sentimento del sacro vincolo che lo lega a Dio e a quelli affidati alla sua cura pastorale. Altrove in 1 Timoteo, Paolo fortifica Timoteo e gli affida ripetutamente anche l’incarico di opporsi ai falsi dottori e di prepararsi ai tempi difficili in cui “alcuni apostateranno dalla fede, dando retta a spiriti seduttori e a dottrine di demoni” (4:1). Indicatori di intensità emotiva simili costellano le epistole pastorali.

L’esortazione molto intensa che Paolo rivolge a Timoteo di rimanere a Efeso per la causa del vangelo (1 Tim. 1:3), non è meno visibile altrove con eleganze stilistiche come ad esempio “fuggi queste cose” (6:11), “combatti il buon combattimento della fede” (6:12), e il punto culminante “Al cospetto di Dio . . . ti ordino di osservare questo comandamento” (6:13–14). Possiamo immaginare Paolo trattenere a stento le lacrime mentre scriveva o dettava.

Gli intrappolati e il loro dramma

A volte le intuizioni nella Scrittura provengono dallo studio del testo e dal suo sfondo storico. Altre volte, invece, un evento recente ti apre gli occhi e ti fa capire qualcosa che avevi già visto tante volte nella Scrittura ma che non avevi capito. Prendiamo la parola “trappola” (laccio nella Bibbia in italiano, N.d.T.) in questi versetti:

Bisogna inoltre che abbia una buona testimonianza da quelli di fuori, perché non cada in discredito e nel laccio del diavolo. (1 Tim. 3:7)

Quelli che vogliono arricchire cadono vittime di tentazione, di inganni (trappole) e di molti desideri insensati e funesti, che affondano gli uomini nella rovina e nella perdizione. (1 Tim. 6:9)

. . . in modo che, rientrati in se stessi, escano dal laccio (trappola) del diavolo, che li aveva presi prigionieri affinché facessero la sua volontà. (2 Tim. 2:26)

Mentre scrivevo questo articolo, mi è venuto in mente il significato di “trappola”. Io e mia moglie abitiamo lontano dalla strada statale in una zona boscosa accidentata. Un nostro vicino alleva del bestiame, per cui c’è una recinzione di ferro che delimita il nostro ripido vialetto d’accesso. Oggi all’ora di pranzo qualcuno mi ha avvertito che c’era un cervo morto lungo una scarpata due metri e mezzo sopra la nostra strada. Quella recinzione era diventata una trappola.

Presi il trattore per andare a indagare. Una cerva dalla coda bianca di 45 chili, che vista da lontano sembrava stesse dormendo, giaceva in silenzio a pancia in giù, con il mento disteso a terra. Gli occhi però erano spalancati, era ricoperta di mosche e puzzava. Il suo fianco e una zampa posteriore erano rimasti intrappolati nel filo spinato. Deve aver cercato di saltare la rete, ma ha fatto un errore di valutazione.

La cosa più triste da vedere era l’ampio tratto di terreno nudo e i mucchi di polvere alla destra e alla sinistra della carcassa. La cerva aveva ovviamente scalciato e si era dimenata per cercare in tutti i modi di liberare le sue zampe posteriori. Credo sia morta per una combinazione di sfinimento, terrore e sete. Quella cerva era finita in trappola.

Paolo conosceva bene quella sensazione. Una volta anche lui era “intrappolato” nel compiere le opere del diavolo, cosa che vediamo nella sua collera farisaica presso il luogo in cui lapidavano Stefano e in altre occasioni in cui aveva perseguitato a morte i discepoli di Cristo. Egli menziona questo per far crescere in Timoteo lo stupore per la misericordia e la grazia di Dio (1 Tim. 1:12–17).

Paolo era toccato dall’intrappolamento volontario di Gesù - il glorioso Figlio di Dio confinato per un tempo a rivestire un corpo di carne, a farsi servo, e infine a subire la morte più ingloriosa che l’impero Romano potesse infliggere (Filippesi 2:7-8). Egli si fece povero, affinché mediante la sua povertà altri potessero diventare ricchi (2 Cor. 8:9). Nelle epistole pastorali, Paolo ricorda a Timoteo il pericolo di finire nella trappola del diavolo. E’ un rischio e un’eventualità terribile in questa vita e in quella futura. Come pastore, Timoteo deve vigilare per evitare di finire lui stesso in quella trappola, e dovrebbe essere spinto ad annunciare il vangelo guardando alla condizione di chi è intrappolato.

Per esempio, coloro che devono “[uscire] dal laccio del diavolo” (vedi 2 Tim. 2:26) sono, in quel contesto, gli oppositori di Timoteo. Paolo afferma nel versetto precedente: “[Il servo del Signore] deve istruire con mansuetudine gli oppositori nella speranza che Dio conceda loro di ravvedersi per riconoscere la verità” (2:25). Istruire i detrattori con mansuetudine nella speranza che si ravvedano è tutt’altro che facile. E’ più facile lanciarsi all’attacco per toglierli di mezzo. Ma la curiosa visione di persone intrappolate come animali può muovere un servo del Signore ad avere una compassione simile a quella di Cristo. Scorgiamo sicuramente un cuore ferito in Gesù quando disse: “E questa, che è figlia di Abraamo, e che Satana aveva tenuto legata per ben diciotto anni, non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?” (Luca 13:16). Qui vediamo un cuore aperto che ne tocca un altro.

Lettere pastorali, cuore pastorale

Le epistole pastorali di Paolo sono state per molto tempo considerate da alcuni come non-Paoline, scritte in un periodo post-apostolico. Sono ritenute sterili, istituzionali e poco profonde, oltre ad essere rappresentazioni false e forzate del vero Paolo.

Ma pastori che studiano, insegnano e predicano le epistole pastorali faranno bene a esaminare con attenzione qualcos’altro. Il loro coinvolgimento personale nella cura d’anima può dar loro occhi che gli studiosi che scrivono commentari molto spesso non hanno. Possono quindi percepire la vitalità di un seguace di Cristo che ha imparato ad aprire il cuore a Dio, che ha instaurato un rapporto profondo con collaboratori come Timoteo e Tito, e che ha scritto le epistole pastorali nello stesso modo in cui è vissuto, ha servito, ed è morto da martire: con il cuore aperto.


Robert W. Yarbrough è professore di Nuovo Testamento al Covenant Theological Seminary di St. Louis, Missouri. E’ impegnato attivamente anche a diffondere il vangelo in altri continenti.

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