Il tuo lavoro è importante, ma non farne un idolo.

Mentre i miei amici d’infanzia trascorrevano le vacanze natalizie rilassandosi, guardando la televisione o passando del tempo con gli altri miei amici, io ero costretto ad alzarmi a un’ora indecente, coprirmi con diversi strati di abiti caldi e dover uscire di casa.

Mio padre, per motivi che a quel tempo mi erano sconosciuti, pensava che fosse importante che io lavorassi con lui nella sua ditta di impianti idraulici. Lavoravo con mio padre durante quasi ogni pausa scolastica e gran parte dell’estate. Installavo i tubi in rame dell’acqua, i tubi di  scarico di plastica e le tubature in acciaio del gas in case di nuova costruzione. Pur sapendo fin dall’inizio di non essere, a differenza di mio padre, particolarmente portato per lavorare nell’edilizia, diventai piuttosto bravo come idraulico. Oltre all’opportunità di guadagnare soldi, le cose più importanti di questa esperienza adolescenziale sono state le lezioni che ho imparato sul lavoro e sulla chiamata del cristiano. Non ho avuto modo di riflettere su queste lezioni se non dopo aver smesso da un bel po’ di lavorare per mio padre e di iniziare a farmi una carriera da solo.

Mio padre non ha ricevuto una formazione teologica, non ha nemmeno una laurea, ma mi ha insegnato lezioni molto importanti sulla dignità di svolgere un lavoro pesante ma fatto come si deve. Mio padre, una persona tranquilla, è conosciuto per essere un cristiano dalla qualità del suo lavoro e dalla sua integrità morale. Ho perso il conto delle volte in cui insisteva per restare in cantiere più a lungo di quanto pensassi fosse necessario, solo per fare un lavoro perfetto. “Ma papà”, avevo imparato a non perdere tempo a discutere con lui, “nessuno vedrà questi tubi nella parete. Perché ti interessa tanto che siano così dritti e uguali?”

“Figlio”, avrebbe detto papà, “Io li vedo e, cosa più importante, Dio li vede”.

Un dono che rappresenta Dio

Quello che ho imparato lavorando con mio padre è un aspetto fondamentale di ciò che significa essere umani. Il lavoro è buono. Questo non dovrebbe sorprenderci, dato che siamo stati creati all’immagine di un Dio che lavora: “Il settimo giorno, Dio compì l’opera che aveva fatta” (Genesi 2:2). Gesù disse ai Farisei: “Il Padre mio opera fino ad ora, e anch’io opero” (Giovanni 5:17).

Il lavoro, dunque, è un dono che il Creatore ha dato agli uomini per rivelare chi Egli è: “Non c’era ancora sulla terra alcun arbusto della campagna. Nessuna erba della campagna era ancora spuntata, perché Dio il Signore non aveva fatto piovere sulla terra, e non c’era alcun uomo per coltivare il suolo” (Genesi 2:5).

Il progetto di Dio per la creazione resterebbe incompiuto se non ci fossero persone fatte a sua immagine che lavorano, coltivano e custodiscono la sua creazione. E’ quasi come se Mosè volesse assicurarsi che i suoi lettori capissero che il cosmos non può funzionare —e non funziona—senza esseri umani che se ne prendono cura con il loro lavoro.

Non siamo stati creati né per adorare la terra né per sfruttarla. Gli uomini fatti a immagine di Dio dovrebbero essere degli ambientalisti nel senso migliore della parola. Ci prendiamo cura della terra perché Dio l’ha creata per noi affinché la coltivassimo. Il nostro lavoro non è soltanto un sottoprodotto della vita, un mezzo necessario per raggiungere un fine. Il lavoro è intessuto nella nostra umanità. Siamo stati creati per esercitare dominio sulla terra: per innovare ed esplorare.

Rispecchiamo l’immagine di Dio lavorando con impegno nel mondo e prendendoci cura del mondo.

Il lavoro sotto la maledizione

Ma naturalmente, come per ogni dono buono di Dio, anche il nostro lavoro è stato corrotto dalla caduta. Ascoltiamo le parole che Dio disse ad Adamo dopo che questi ebbe peccato:

Il suolo sarà maledetto per causa tua; ne mangerai il frutto con affanno, tutti i giorni della tua vita. Esso ti produrrà spine e rovi, e tu mangerai l’erba dei campi; mangerai il pane con il sudore del tuo volto. (Genesi 3:17–19)

Il pianeta, una volta creato in perfetta armonia per essere coltivato e dissodato per la gloria di Dio, ora geme ed è in travaglio (Romani 8:22), essendo schiavo della corruzione umana. Il suolo si ribella. Il lavoro diventa faticoso ed estenuante e, a volte, un ciclo di fatica inutile. Lavorare, mangiare, dormire, lavorare, mangiare, dormire. E poi si muore.

Facciamo bene a desiderare che il nostro lavoro ci piaccia. Facciamo male a pensare che il nostro lavoro sarà sempre privo di frustrazione. In un mondo buono ma decaduto, sperimenteremo sia appagamento sia frustrazione nel nostro lavoro.

D’altra parte, il vangelo dà uno scopo rinnovato al nostro lavoro. Questo non significa necessariamente che i cristiani siano i migliori artisti, artigiani, amministratori, casalinghe e avvocati, ma che il vangelo ci aiuta a cogliere il valore creativo del nostro lavoro e ci indica il regno di Dio, dove le nostre fatiche saranno finalmente prive dei rovi e delle spine che ci derubano della nostra dignità. In Cristo, Dio ristabilisce i nostri scopi originari di creature fatte a sua immagine: “Infatti siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparato affinché le pratichiamo” (Efesini 2:10).

Non lavoriamo per essere salvati. Ma poiché siamo stati salvati, abbiamo opere buone da praticare.

Quando il lavoro diventa un altare

Tragicamente, possiamo far diventare il nostro lavoro la cosa più importante della nostra vita: un oggetto di adorazione e venerazione invece del dono buono che Dio voleva che fosse.

Le nostre carriere, per esempio, sono spesso considerate indicatori di identità e valore. Pensiamo a come si svolge una conversazione quando incontri qualcuno per la prima volta. La prossima volta che saluti un visitatore in chiesa o inizi una conversazione in treno o conosci una nuova famiglia nel tuo vicinato, probabilmente, senza nemmeno pensarci, chiederai: “Allora, cosa fai di bello nella vita?” La loro risposta, in qualche misura, influenzerà il tuo modo di pensare su di loro.

Trascorro gran parte del mio tempo tra Nashville e Washington, D.C., due città in cui questa domanda assume una valenza notevole. A Nashville, una città con una vivace comunità artistica, spesso le persone sono definite in base alle loro opere creative. Sono un compositore. Sto lavorando a un progetto con questo e quest’altro. Sto lavorando nel settore del marketing per questa o quell’azienda/marchio/non-profit. Nel Distretto di Columbia, il lavoro assume i contorni di un gioco di potere; si scambiano biglietti da visita e si conservano i contatti per far leva sulla propria influenza. Lavoro al giornale “The Hill” e scrivo per la rubrica Affari Interni. Ho appena avviato questo gruppo di ricerca. Lavoro per quest’agenzia governativa.

Pensiamo solo alle domande che il lavoro spesso suscita:

  • Il mio è un lavoro importante?

  • Mi dà un certo prestigio?

  • La gente sa quello che faccio, e pensa che sia importante?

Naturalmente non facciamo queste domande ad alta voce, ma inconsciamente.

Un peso insostenibile

A volte è importante fare un passo indietro per vedere quello che il lavoro esige da noi, quando lo si adora come un idolo. Non lasciamo il nostro lavoro in ufficio o in fabbrica: ce lo portiamo a casa con noi. Ce lo teniamo in tasca, facendoci continuamente allontanare dalla nostra famiglia e dai nostri amici con un’altra controllatina alla posta elettronica, un’altra telefonata, un'altra ricerca veloce. Il lavoro ci sussurra all’orecchio che siamo come Dio e che non abbiamo bisogno di riposo.

Se non stiamo attenti, finiremo col dare alle nostre vocazioni un peso eccessivo. Molte volte non ci rendiamo nemmeno conto di aver adorato questo dio senza volto fino a quando non alziamo gli occhi e vediamo tutti i sacrifici inutili che gli abbiamo offerto.

Il lavoro è importante per Dio, ma è un suo povero sostituto. Non siamo stati creati a immagine dei nostri salari o dei nostri incarichi lavorativi. Queste cose, pur essendo buone in se stesse, un giorno passeranno, lasciandoci, se non stiamo attenti, vuoti e insoddisfatti.

E’ per questo motivo che dobbiamo continuamente tornare alla verità che la nostra identità non dipende dalla nostra utilità o dalla nostra influenza o dalla nostra busta paga, ma che essa è fondata sull’amore di Dio per noi. E in Cristo, sappiamo di non essere dei semplici dipendenti aziendali, ma suoi coeredi per l’eternità.


Daniel Darling è vicepresidente della Commissione per l’etica e la libertà religiosa della Southern Baptist Convention e autore di diversi libri, tra cui Real: Owning Your Christian FaithiFaith: Connecting to God in the 21st Century,Activist FaithThe Original Jesus, e The Dignity RevolutionScrive su un blog qui. Puoi seguirlo su Twitter.

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