Com’è organizzata una chiesa in missione?


La vita è il programma, e il quotidiano è la missione. 

In un recente evento di “Saturate Every Day”, io e Jeff Vanderstelt abbiamo risposto ad alcune domande su come organizzare e strutturare una chiesa “in missione”. Nello specifico, abbiamo parlato degli elementi necessari per favorire un contesto in grado di fare discepoli in una chiesa e per mezzo di una chiesa.

Una cosa che abbiamo sentito spesso dire dai leader (e che abbiamo osservato anche nei nostri contesti) è che nella chiesa moderna ci sono persone molto impegnate e poco preparate. So che è brutto a dirsi, ma la verità è che, se le persone non riescono a trovare il tempo per impegnarsi nella vita normale come discepoli di Gesù, abbiamo un grande problema. In che modo la chiesa può affrontarlo?

Quando qualche anno fa mi recai a Tacoma (Washington, USA) da osservatore curioso, desideravo vedere una chiesa che non infarciva la propria settimana di programmi, ma che invece rivolgeva i propri sforzi nel preparare le persone a vivere la vita normale come discepoli di Cristo. So che sembra strano, ma dopo molti anni di ministero vocazionale, mi sentivo impreparato per fare da guida in questo. Certo, sapevo come predicare bei sermoni e organizzare i volontari cui far svolgere i programmi della chiesa, ma preparare le persone per andare in tutto il mondo era una cosa che avevo bisogno di apprendere meglio.

Durante il tempo trascorso a Tacoma, imparai che la risposta non consiste nell’aggiungere più programmi o nell’avere un’organizzazione migliore, bensì nel semplificare i nostri programmi con la giusta organizzazione. Come l’erba di un bel prato ha bisogno di essere tagliata e annaffiata per crescere in modo sano e naturale, così la chiesa ha bisogno di un minimo di struttura per permettere ai seguaci di Cristo di essere persone del vangelo nel mondo.

Per elaborare questo post, ho chiesto a Jeff Vanderstelt di condividere tre contesti strutturati basilari e un principio che, una volta messi insieme, permettono alla chiesa di essere l’organismo riproducibile che è destinato a essere. Come dice Efesini 4:16: “Da lui tutto il corpo ben collegato e ben connesso mediante l'aiuto fornito da tutte le giunture, trae il proprio sviluppo nella misura del vigore di ogni singola parte, per edificare se stesso nell'amore”.

Le parole che descrivono i contesti strutturati sono: riunirsi, andare, crescere. Il principio fondamentale è: dare.

Riunirsi

Non possiamo stare da soli. Dobbiamo essere in comunità. Un popolo che è in missione tutta la settimana deve potersi riunire con la famiglia più ampia di Dio per ricevere incoraggiamento e preparazione in modo costante. Ebrei 10:24–25 ci chiama a incontrarci regolarmente per incitarci alle buone opere e per incoraggiarci alla missione quotidiana. Quando ci riuniamo insieme, ci ricordiamo del vangelo, della nostra identità di popolo di Dio, e della nostra comune missione. Abbiamo bisogno di ascoltare le testimonianze degli altri per incoraggiarci a vicenda e ripetere la storia più grande della redenzione di Dio per essere esortati. Quando ci incontriamo, siamo anche perfezionati grazie alla diversità di doni nel corpo di Cristo. Incontrarci ci ricorda anche chi siamo dopo essere stati separati per tutta la settimana. 1 Pietro 2:4–5 chiarisce cosa sono diventati coloro che si sono accostati a Gesù:

“Accostandovi a lui, pietra vivente, rifiutata dagli uomini, ma davanti a Dio scelta e preziosa, anche voi, come pietre viventi, siete edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo”.

La chiesa riunita è un richiamo visibile a questa realtà. Quando ci riuniamo insieme, ci ricordiamo che siamo la chiesa dispersa in tutta la nostra regione come tanti “sacerdoti” che chiamano le persone a Dio, offrendo le nostre vite e il nostro amore come sacrifici spirituali tra di loro.

Andare

Giacomo 1:22 dice: “Mettete in pratica la parola e non ascoltatela soltanto, illudendo voi stessi”.            Per questo crediamo che riunirsi per adorare abbia il suo compimento nell’andare in tutto il mondo per fare discepoli, come Gesù ha comandato (Matteo 28:18–20). Ma non siamo chiamati a fare da soli neppure questo. Viviamo la nostra missione in comunità più piccole che variano da dodici a venticinque adulti e bambini, chiamate comunità missionali.

Nelle comunità missionali ci si ama gli uni gli altri come membri della famiglia di Dio, ci si serve concretamente gli uni gli altri come servitori di Gesù, e si va nel mondo per proclamare il vangelo come missionari mandati dallo Spirito. Nelle comunità missionali ci si incontra durante la settimana per condividere pasti, per incoraggiarsi a vicenda e per cercare di capire a quali persone lo Spirito potrebbe mandarci come persone del vangelo. Una comunità missionale può servire un quartiere, una scuola, o un altro gruppo di persone allo scopo di fare discepoli di Gesù in quel posto. L’aggettivo “missionale” implica che le persone considerano la loro vita comunitaria il modo in cui sono mandate “nella missione di Dio”. Di conseguenza, le loro vite sono organizzate in vista del bene altrui.

La vita di una comunità missionale di solito segue i ritmi stagionali delle persone che intendono servire, il che comporta continui cambiamenti. I membri di una comunità missionale imparano a chiedersi come possono essere famiglia, servitori, e missionari nelle diverse stagioni e ritmi di vita della cultura. Per esempio, una domanda che una comunità missionale potrebbe farsi è: “Che cosa vuol dire essere una famiglia amorevole per le famiglie della nostra scuola elementare durante le feste natalizie?” La risposta della comunità missionale a questa domanda determina le attività che potrebbe compiere nel mese di dicembre. Un fattore importante da ricordare qui è che una comunità missionale impara a capire che organizzare la vita in questo modo è un’attività “intenzionale”, non solo “aggiuntiva”. I suoi membri si impegnano in ciò che già stanno facendo, ma con un’intenzionalità missionale. Per esempio, una comunità missionale già mangia, lavora, e gioca seguendo i ritmi della cultura circostante. La differenza è che i suoi membri imparano a diventare “intenzionali” nelle attività che già stanno facendo per amore degli altri e non solo di se stessi.

Bonhoeffer scrisse che “la fede esiste solo nell’ubbidienza, mai senza, ed è fede solo nell’azione di ubbidienza”. Anche i membri di una comunità missionale perciò si considerano una famiglia di missionari servitori mandati nel mondo per condividere la buona notizia di Gesù in parole e in opere. Non fare così significherebbe andare contro la loro stessa natura. La comunità missionale è l’agente “attivo” della chiesa. Mentre viviamo la missione di Dio insieme, scopriamo dove abbiamo ancora bisogno di crescere nella grazia e nella verità del vangelo quando i nostri conflitti e i nostri bisogni emergono. La missione non diventa soltanto il modo in cui Dio opera per mezzo di noi per fare discepoli ma anche il modo in cui Dio opera tra di noi per edificarci come discepoli.

Crescere

Nella Bibbia, la promessa del nuovo patto è che Dio darà cuori nuovi alle persone e farà in modo che camminino secondo le sue leggi (Ez. 36:26). “La missione di Dio”, quindi, è cambiare i cuori degli uomini. Se non creiamo lo spazio per crescere insieme, per vedere ciò che Dio sta facendo, e per aprire insieme la sua parola, perderemo questa parte essenziale della vita con Dio.

All’interno di ciascuna comunità missionale, gruppi di tre uomini o tre donne (talvolta qualcuno di più) si incontrano regolarmente per crescere insieme. Questo può avvenire in diversi modi. A volte mentre si fa dell’attività fisica, a volte per fare colazione o per bere un caffè, o anche per telefono durante il tragitto verso il posto di lavoro. Ricorda, anche questa struttura non è aggiuntiva, è intenzionale. La maggior parte di noi già fa moto, va a bersi un caffè, o guida l’auto per andare a lavorare.

Alcune chiese chiamano questa struttura di “crescita” gruppo DNA (Discover, Nurture, Act). Studiando la Scrittura insieme scopriamo verità su chi è Dio, su quello che Egli ha fatto, e su chi siamo noi. Nutriamo i cuori invitando le persone a ravvedersi e a credere nel vangelo alla luce di quanto abbiamo scoperto. Poi agiamo in conformità a quello che crediamo e condividiamo con altri ciò che Dio ha fatto. Incoraggiamo le persone a leggere ogni giorno le loro Bibbie e a incontrarsi come minimo una volta alla settimana per scoprire, nutrirsi, e agire su ciò che Dio sta dicendo loro mediante la Sua Parola.

Dare

La parafrasi di Eugene Peterson di Romani 12:1–2 è molto utile per descrivere cosa significa dare, non solo le nostre risorse finanziarie, ma tutta la nostra vita. “Questo è ciò che voglio che facciate, con l’aiuto di Dio: Prendete la vostra normale vita quotidiana (il vostro dormire, il mangiare, l’andare a lavorare, e il vostro vivere) e presentatela davanti a Dio come un’offerta. Accettare ciò che Dio fa per voi è la cosa migliore che potete fare per lui. Non conformatevi alla vostra cultura a tal punto da adattarvi a essa senza nemmeno riflettere. . . .”

Il principio che sta dietro a tutto quello che ho appena descritto è dare tutta la tua vita a Dio: il tuo tempo, i tuoi talenti, e i tuoi tesori. Dai tutto quello che hai a Lui e per la Sua opera.

Lascia a Dio la gestione dei tuoi impegni quotidiani. Non guardare alla tua agenda domandandoti quale tempo puoi destinare a Dio e alla Sua opera. Chiedi a Dio come egli vuole che tu riorganizzi la tua agenda per compiere l’opera alla quale Egli ti ha chiamato. Al giorno d’oggi il tempo è il bene più prezioso che abbiamo, perché è con il nostro tempo che lavoriamo, guadagniamo e spendiamo soldi, ci divertiamo, ci dedichiamo ai social media, riposiamo e giochiamo.

Lascia le tue finanze a Dio. Non dare a Dio quello che avanza dopo aver speso tutto per le cose che pensi di avere bisogno. Inizia chiedendo a Dio cosa Egli vuole che tu dia e a chi. Poi stabilisci il tuo budget in base a quello.

In Luca 12, Gesù racconta una parabola di un uomo che vive la sua vita in funzione di se stesso. La storia si conclude tragicamente con l’uomo che muore prima che egli (o chiunque altro) possa godere le sue ricchezze. Gesù dice: “Così è di chi accumula tesori per sé e non è ricco davanti a Dio” (v. 21).

Qui c’è un principio importante. “Essere ricco” davanti a Dio significa ricordare quanto Dio è stato generoso con te e rispecchiarlo nel modo in cui diamo i nostri soldi. Dare a chi ci serve per prepararci, dare ai poveri e ad altri nel bisogno, sono tutti esempi di modi di dare.

Infine, dona i tuoi talenti per l’opera alla quale Dio ti ha chiamato. Hai doni per servire nell’amministrazione? Utilizzali nel luogo dove Dio ti ha mandato. Per esempio, entra a far parte del consiglio di classe della scuola che frequentano i tuoi figli, o organizza una raccolta di fondi per una comunità che si trova nel bisogno. Qual è il tuo dono? Dallo a Dio per essere utilizzato nella missione nella quale egli ti ha mandato.

In sintesi

Una chiesa organizzata in comunità missionali presenta queste caratteristiche. In essa i membri si riuniscono, vanno, crescono, e donano.

  • Si riuniscono regolarmente.

  • Vanno in missione insieme durante la settimana.

  • Crescono con pochi.

  • Si danno a Dio in tutto ciò che fanno.

La maggior parte delle persone è troppo impegnata per fare bene poche cose. Una chiesa in missione nella vita quotidiana deve fare solo quello che è necessario affinché la vita possa essere più coinvolta nella missione. La vita è il programma, e il quotidiano è la missione. C’è già abbastanza da fare lì. Non aggiungiamo più del necessario.


David è un Executive Coach certificato da ICF, ed è il Direttore di Achata Coaching Inc., che si occupa di rinsaldare team con rapporti deteriorati e a insegnare ai leader a chiedere anziché parlare. E’ inoltre il Direttore del Coaching per Saturate e fa parte di Matthew's Table, una chiesa in via di fondazione nel Tennessee orientale. Lui e la moglie Amy stanno scrivendo il loro primo libro. Puoi leggere le loro avventure nel suo blog personale Going Without Knowing.

David Achata