Un'importante domanda sull'uso dei social

I nati negli anni ‘80 e ‘90 ricordano bene l’emozione provata all’iscrizione a Facebook non appena lanciato. A quel tempo il network era aperto solo a studenti universitari e ognuno di noi aveva previsto che il tanto bramato indirizzo email universitario necessitasse di un profilo. Da subito iniziammo a caricare foto, taggare amici nei post e condividere qualcosa delle nostre giornate.

I social media erano il selvaggio West del mondo online e nessuno era abbastanza sicuro su come comportarsi. Non c’erano post riguardo la netiquette, nessun podcast su come meglio amministrare la propria presenza su Instagram, nessun avvertimento riguardo il consumo eccessivo dei social media e danni alla salute mentale.

Oggi, sappiamo che i social media sono una trappola. Internet è pieno di informazioni riguardo ad un uso sano. Alcune sono utili, altre no. Per più di 10 anni abbiamo usato diverse piattaforme social, ma quando si trattava di pubblicare ci siamo sempre confrontati con la scelta: stiamo usando i social come un’opportunità per onorare Dio e amare gli altri o di servire noi stessi e i nostri programmi?

In molti casi è come navigare in acque torbide. Parlare alla gente della mia piccola azienda sta servendo me stesso o onorando Dio? Condividere la mia fede è un modo per glorificare Dio o per attirare attenzione sulla mia rettitudine? Commentare o cliccare su Mi Piace è un’opportunità per costruire una relazione vangelocentrica o un mezzo per espandere la mia rete di rete di conoscenze? Dove finisce un motivo e ne inizia un altro? Molti utenti cristiani affronteranno questi dilemmi. I social media possono essere uno strumento per diffondere il Vangelo, ma possono anche essere usati per sfruttare le persone per i propri scopi.

Recentemente, abbiamo sentito qualcuno chiedere “Amerò le persone o le sfrutterò?” È un buona domanda per testare molte situazioni e fornisce una struttura utile per valutare la nostra condotta sui social.

Che si usino i social per conto del tuo datore di lavoro, o per pubblicizzare il tuo libro o il tuo lavoro, o per pubblicare foto della tua famiglia che cresce e le vostre avventure quotidiane, dobbiamo tutti considerare come la nostra fede in Cristo modelli il nostro uso dei social. Questa domanda “ama o sfrutta” può aiutarci a prendere decisioni quotidiane riguardo a cosa e come pubblicare.

Sfruttare gli altri

Fondamentalmente, sfruttare gli altri comporta esercitare delle pressioni su di loro per fare o essere qualcosa per nostro beneficio. Le Scritture ci esortano a servire gli altri liberamente (Galati 5:13), ma lo sfruttamento cerca modi per essere serviti dagli altri. Potremmo avere buone intenzioni, una causa nobile e un messaggio importante, ma i cristiani dovrebbero fermarsi un attimo prima di adottare una tale mentalità. Quando vediamo gli altri come una foto profilo che può darci qualcosa che vogliamo, che siano vendite, mi piace, commenti e condivisioni, siamo tentati di usarli invece di amarli (Giacomo 3:16)

Sfruttare può portare a titoli acchiappaclick, ad abbellire la verità, all’intenzionale caccia ai bisogni degli altri, o a cattive rappresentazioni fotografiche e ciò li raggruppa insieme, vedendoli come statistiche da condividere, cioè una rappresentazione della popolarità, una fonte di networking o un balsamo per la "bassa autostima". Fallisce nel riconoscere il loro valore come individui.

Potremmo prendere l'abitudine di parlare dei follower come se fossero pecore, e di sperare che i numeri crescano e confermino il nostro valore. Quando fare leva sui follower è la massima priorità, la prima cosa che ci chiediamo è come loro possano soddisfare i nostri desideri, per esempio dandoci un feedback immediato, risposte alle nostre domande, supporto emotivo e affermazione. In questi momenti, ci occupiamo principalmente di come gli altri possono servire noi  invece di pensare umilmente a come tutti noi possiamo servire il Signore.

Amare gli altri

Chi è fatto ad immagine di Dio non è una risorsa da consumare, sono esseri umani da stimare e servire. Proprio come non ci piace essere imbrogliati o persistentemente “svenduti”, dovremmo generosamente amare gli altri. (Matteo 22:39)

Un social media è fatto per essere sociale, ed è un luogo dove possiamo relazionarci con gli altri in comunità e condividere “tutte le cose vere, tutte le cose onorevoli, tutte le cose giuste, tutte le cose pure, tutte le cose amabili, tutte le cose di buona fama, quelle in cui è qualche virtù e qualche lode” (Filippesi 4:8). Non è così che possiamo far crescere le nostre piattaforme social e ottenere più Mi Piace; il nostro posto sui social media deve essere al servizio al Re.

Amare gli altri sui social media significa che dobbiamo astenerci dal pensare ai followers come “fans”, ma di identificarli come persone che hanno bisogno della grazia di Cristo. Anche se usiamo i social media per vendere prodotti o pubblicizzare un’azienda, possiamo farlo in un modo da avere considerazione la persona dall’altra parte dello schermo.

Un’attitudine amorevole sa bene che le persone vere sono influenzate dalle cose condividiamo, diciamo o pubblichiamo. Le nostre parole possono causare gioia, lacrime, confessioni e riconciliazioni, ma anche indurre le persone al peccato. Visto che non possiamo controllare il modo in cui ciascun post sia ricevuto, l’amore cristiano cerca di pubblicare contenuti che siano genuinamente d’aiuto, pieni di verità, creati intenzionalmente e che portino gloria a Dio.

Esempio controculturale

Come cristiani, il nostro scopo non è di essere degni di essere iscritti ad Instagram, ma di condividere l’infinito valore di Cristo. Non siamo qui per cercare la nostra tribù sociale terrena, ma di chiamare le persone ad unirsi a quella di Cristo (Matteo 28:19-20). Questo non significa che dobbiamo parlare di Gesù in ogni post ma che dobbiamo allineare le nostre vite alla Sua in tutto quello che diciamo e facciamo.

Come nuove creazioni in Cristo, possiamo mostrare al mondo cosa sono davvero la vera pace, gioia, pazienza, gentilezza, gratitudine, autocontrollo e amore; tutto questo mentre pubblichiamo foto dei nostri figli, delle nuvole, di prodotti utili o del nostro caffè mattutino. C’è tanta libertà su come appare l’amore sui social media. Per grazia di Dio, il nostro esempio controculturale può fare infinitamente di più di quel che possiamo domandare o pensare (Efesini 3:20)

Nessuno di noi è perfetto. Il Signore sa che spesso dobbiamo confessare il nostro desiderio di successo e di affermazione agli occhi del mondo, ma affidandoci allo Spirito Santo e pentendoci dei nostri fallimenti, desideriamo amare invece di sfruttare.

Che tu acceda ai social media dozzine di volte al giorno o davvero poco frequentemente, questo strumento moderno non andrà via. Ad ogni accesso, abbiamo l’opportunità di riflettere l’amore del Padre. Usiamolo!


Laura Wifler è fondatrice del Risen Motherhood. Al momento è direttore esecutivo e presentatrice di un podcast settimanale, ed è co-autrice del libro Risen Motherhood: Gospel Hope for Everyday Moments. Laura, suo marito e i loro tre figli vivono in Iowa. Puoi trovarla su Instagram a @laurawifler. 

Emily Jensen è fondatrice del Risen Motherhood, e al momento è direttore dei contenuti. è co-autrice del libro Risen Motherhood: Gospel Hope for Everyday Moments. Emily, suo marito e i loro cinque figli vivono in Iowa. Puoi trovarla su Instagram a @emily___jensen  e su Twitter a @emjensenwrites

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