Sopportare bene le prove: La disciplina dell’attesa: Prima parte

Quantificare la sofferenza

Il desiderio struggente di un marito o di una moglie, il dolore per la perdita di un amico, l’incertezza di trovare un lavoro…tutte queste cose producono dolore. Ma perché siamo portati a paragonare la nostra sofferenza con quella del prossimo, come se in qualche modo gareggiare per il premio di “chi soffre di più” ci facesse ottenere un maggiore riconoscimento? Oppure, al contrario, nascondiamo la nostra sofferenza e il nostro dolore perché sentiamo di non avere il diritto di pensare alle nostre prove per via del metro con cui le misuriamo. Come possiamo avere il diritto di sentirci depressi o confusi per il fatto di essere single quando chi ci circonda ha perso un caro o gli è stato diagnosticato il cancro? La verità è che le prove e le sofferenze che ognuno di noi vive individualmente sono molto intenzionali e provengono dalla mano di Dio per essere usate nelle nostre vite. Perché screditare le cose che Dio vuole usare per cambiarci paragonando la nostra sofferenza a quella della persona accanto?

Leggere Passione e Purezza, un libro di Elisabeth Elliot scritto con grande capacità di penetrazione, ha avuto un impatto enorme sulla mia visione del celibato e ha modellato che cosa vuol dire essere guidati da Dio negli affari di cuore. Nel libro l’autrice parla dei suoi combattimenti interiori nell’attesa che Dio le desse un marito e della sofferenza che ha accompagnato quell’attesa. Infine conobbe Jim Elliot, che più tardi diventò suo marito, e descrisse anche gli alti e i bassi dell’essere corteggiata da un uomo devoto ma senza conoscere quale fosse la volontà di Dio mentre Jim iniziava a corteggiarla. Tutti e due si sentivano guidati alla missione ma in parti diverse del mondo. Dal corteggiamento a lunga distanza, al matrimonio, all’uccisione del suo amato marito quando andò a portare il Vangelo agli Indiani Auca, Elisabeth Elliot ha condiviso il suo dolore e la profonda sofferenza. Scrisse:

“Anni dopo la fine della storia con Jim Elliot, mia madre mi disse qualcosa sulla mia “sofferenza” durante quegli anni di attesa. Fu una sorpresa per me, perché sebbene non avessi mai negato che la prova fosse stata un pò dura, non ne avevo mai pensato in termini di sofferenza. Naufragi, punizioni corporali, dolore fisico, certo, quelle le avrei chiamate sofferenze, ma non il mio cuore spezzato. Ma non serve a niente cercare di misurare la sofferenza. La cosa importante è usarla nel modo giusto, approfittare del senso di impotenza che essa porta con sé per rivolgere il proprio pensiero a Dio. La fiducia è la lezione da imparare. Questo so, che Gesù mi ama – non perché Egli fa solo ciò che piace a me, ma perché la Bibbia me lo dice. Il Calvario lo dimostra. Egli mi ha amato e ha dato se stesso per me”.

Disciplina e dono

Come esseri umani, le parole dolore, disagio e prove ci turbano. Infatti, spesso ci accorgiamo di voler evitare queste cose nelle nostre vite quotidiane. Che si tratti di evitare una persona che conosciamo al supermercato, rimandare una conversazione difficile con un membro della famiglia, o fare i salti mortali per tirarsi fuori da una situazione difficile, tutti evitiamo il disagio in misura diversa. Su scala più ridotta, la cultura americana ha reso estremamente facile raggiungere la via più facile e più comoda. Troppo spesso vediamo e ascoltiamo messaggi subliminali che stimolano il nostro desiderio carnale di essere intrattenuti, di guardare e sentirci bene, e di spingere la gente a desiderare ciò che noi abbiamo. Lo si vede nei social media, quando pubblicizziamo noi stessi e ci facciamo intrattenere, il che a sua volta aumenta il nostro scontento per le nostre vite, che a sua volta ci fa rincorrere il materialismo. Vuoi un nuovo vestito per sentirti attraente come la ragazza che ha appena postato una foto su Instagram che ha ottenuto 200 mi piace? Non devi nemmeno uscire dalla comodità di casa tua! Basta andare su Amazon, e con Amazon Prime lo avrai in meno di due giorni. Quanto in fretta ci siamo abituati ad ottenere qualunque cosa vogliamo quando la vogliamo. La disciplina e il dono dell’attesa sono andati certamente perduti.

Dopo aver detto tutto questo, dobbiamo porci la questione degli effetti che ciò ha avuto sulle nostre vite spirituali. Se crediamo che la disciplina dell’attesa per le cose materiali finisca nella sfera materiale, ci inganniamo. In realtà, ogni cosa che vediamo, ascoltiamo, sentiamo e usiamo è spirituale in un certo senso. Anche se non è di per sé spirituale, ha certamente un effetto sulle nostre menti spirituali. Dio compie un’opera molto profonda in noi facendoci aspettare per qualunque cosa ci serve e desideriamo. Ma c’è il rischio di perderla. E’ spaventoso pensare che la sofferenza che Dio ci permette di sopportare potrebbe benissimo essere sprecata, o in misura minore, non essere del tutto messa a frutto.

Distrazione momentanea 

Dico tutto questo per incoraggiarci a individuare il disagio, il dolore e le distrazioni da cui scappiamo per alleviare il dolore. Come ho detto prima, noi esseri umani scappiamo dalle cose che ci fanno sentire male con noi stessi e che sono, detto in termini semplici, difficili da affrontare. Ma tutte queste cose, non importa quanto sia grande la sofferenza, hanno lo scopo di cambiarci. Queste cose ci cambiano in diversi modi e rivelano le profondità dei nostri cuori che molto probabilmente vogliamo ignorare. A quali cose ci rivolgiamo per avere comodità, approvazione, soddisfazione e appagamento quando la “fonte di gioia o di piacere” viene minacciata? Questa fonte può essere un salvatore funzionale che ci offre la speranza di un amore e di un’accettazione temporanea e superficiale, e a volte soltanto pura distrazione. Com’è sciocco e triste che ci aggrappiamo al nulla per distoglierci dalle cose che Dio vuole portare alla luce per aiutarci a sperimentare la libertà! Siamo diventati talmente abituati a questo che ne siamo diventati dipendenti.

C’è forse una questione più profonda che va trattata. Perché ci piace la distrazione? Perché le nostre menti vagano continuamente verso cose prive di valore? Cose assolutamente inutili che non servono a niente nel favorire il nostro cammino con Dio, cose prive di un qualsiasi accenno a Lui? Mi sono trovata per giorni, settimane, persino mesi sommersa da cose che non testimoniano affatto di Lui, che siano i miei social media o la musica che ascolto. Se non siamo impegnati a ricercare attivamente la bontà di Gesù e a meditare su cose che ci aiutano a vedere la dolcezza della Sua amicizia, come possiamo aspettarci di crescere nel nostro amore per Lui?


In che modo cerchi comodità, approvazione, soddisfazione e appagamento in cose al di fuori di Gesù?

Il presente articolo da Rachel Swartley è un’opera di elaborazione di traduzione di IMPATTO ITALIA. Il suo utilizzo totale o parziale proibito in ogni forma previa richiesta e autorizzazione di Impatto Italia (impattoitalia@gmail.com). Il contenuto del presente articolo non è alterabile o vendibile in alcun forma.

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