L’uomo il cui sogno ha distrutto milioni di persone. La triste eredità di Hugh Hefner

Hugh Hefner, il fondatore di Playboy Enterprises e sua massima personificazione ideologica, è morto una settimana fa all’età di 91 anni alla Playboy Mansion, immersa nel mondo immaginario da lui creato. Sarà sepolto accanto a Marilyn Monroe, la prima donna a posare nuda nell’inserto centrale di Playboy.

Nel 1953, Hefner sdoganò la pornografia dai bassifondi culturali, le diede un abito e un linguaggio sofisticato, un’ambientazione elegante e affascinante e una parvenza liberatoria e libertina, facendola diventare un fenomeno di tendenza con la rivista Playboy. Non era tanto un rivoluzionario quanto un uomo che comprese il tempo in cui viveva. Sapeva in quale direzione stava andando la storia. Vide i lati deboli, colpì con astuzia (e impudicizia), e vinse la battaglia culturale: i vecchi costumi sessuali sono stati abbandonati una volta per sempre e la pornografia è diventata pervasiva. Ma a quale prezzo?

Vedere le persone come interpreti di una parte, non come anime

Playboy (e la successiva ondata di materiale sempre più esplicito fuoriuscito dalla falla che si era aperta nella diga culturale) non è un’azienda che esiste per celebrare la bellezza del corpo umano o la meraviglia della sessualità umana. E’ un’azienda che mira a monetizzare la propensione dell’uomo decaduto e fare degli altri un oggetto per assecondare i nostri fini egoistici. Essa incoraggia sia gli uomini sia le donne in modi co-dipendenti a vedere le persone e i loro corpi come interpreti che si esibiscono in una realtà virtuale privata che chiamiamo fantasia.

Hefner e molti altri sono diventati molto ricchi trattando le donne come oggetti e trasformandole in prostitute virtuali, mere immagini di corpi a uso e consumo di milioni di uomini cui non importa nulla di loro, e che le deturpano nelle loro fantasie per il proprio piacere per poi buttarle nella spazzatura. Hefner diede a queste donne il simpatico nome di “playmates” (compagne di gioco), un perfido modo di farsi beffe sia di una persona sia del gioco, aggiungendo una beffa crudele a un danno atroce.

Questa è una vera empietà, ma nel definirla così dobbiamo confrontarci con la nostra malvagia tendenza a fare delle altre persone un oggetto ed essere sempre più determinati a combatterla. Noi esseri umani abbiamo la pessima tendenza peccaminosa a vedere gli altri nelle vesti di interpreti di ruoli (troppo spesso come “comparse” sacrificabili) nel fantastico film della nostra storia, non come anime nella vera epopea della storia di Dio.

La natura umana decaduta, svincolata dalla realtà di Dio, cerca di costruire la sua realtà preferita. E usa altre persone per farlo. Vorrei fare un esempio con una canzone che all’inizio potrebbe sembrare innocente e simpatica, ma che è tutto tranne che innocente.

La ragazza immaginaria di Ipanema

A metà degli anni sessanta, mentre Playboy si stava preparando a diventare una potenza nel mondo dei media, la canzone brasiliana del genere jazz/bossa nova “La ragazza di Ipanema” si stava avviando a diventare un successo internazionale, arrivando ad essere la seconda canzone pop con più versioni registrate della storia.

La canzone parla di un uomo che ogni giorno guarda una bella ragazza che gli passa vicino per recarsi alla spiaggia di Ipanema, che si trova nella zona sud di Rio de Janeiro. Lei è “alta e abbronzata, giovane e carina” e “dondola dolcemente”, passandogli accanto come una poesia su due gambe. Lui è pazzo di lei e “le darebbe volentieri il suo cuore”, ma “lei non si accorge di lui”.

La canzone è leggera e allegra e sembra quasi innocente. Ma non lo è. In realtà la canzone è la fantasia di un uomo. Egli non sa niente della ragazza che crede di amare. Se dovesse scoprire che lei ha un quoziente d’intelligenza più basso di quanto egli immagini o che ha un grave problema di salute, la amerebbe ancora? E se lei andasse in spiaggia ogni giorno per sfuggire alle molestie sessuali di un parente, o soffrisse di una impercettibile malattia mentale, sarebbe ancora disposto a darle il suo cuore? Per lui questa ragazza non ha un’anima; lei è un simbolo di qualcosa che lui desidera e proietta su di lei un ruolo in una fantasia che egli stesso ha creato.

Questo è esattamente quello che noi esseri umani tendiamo a fare: vedere gli altri, e il mondo, come una proiezione delle nostre fantasie. Anche noi cristiani possiamo dimenticare che il mondo è il campo di battaglia di una spaventosa guerra cosmica, con persone che si trovano nel fuoco incrociato e che hanno bisogno di essere soccorse, e pensiamo invece che sia il posto per avverare i nostri sogni egoistici, autoreferenziali, vanagloriosi e autoindulgenti. Più assecondiamo tali fantasie, più diventiamo immuni e insensibili alla realtà e meno urgenti ci appaiono i bisogni delle altre anime reali.  

La vera ragazza di Ipanema

La ragazza di Ipanema ha un legame con Hugh Hefner perché era una ragazza reale. Gli autori della canzone (sposati) erano soliti sedere in un caffè vicino alla spiaggia, la guardavano passare accanto, e parlavano tra di loro dei desideri che lei ispirava. Era una studentessa diciassettenne, che a volte indossava la sua divisa scolastica e altre volte il suo bikini.

Dopo che la canzone ebbe successo, gli autori le dissero che era lei “la ragazza”. Diventò una piccola celebrità in Brasile, un simbolo nazionale di attrazione sessuale. Fu anche una Playmate per l’edizione brasiliana di Playboy, posando per la rivista da giovane donna e molti anni dopo posò di nuovo con la figlia adulta — due generazioni fatte prigioniere e sfruttate dalla fantasia di Hefner. Ora ha 72 anni, e si sforza in tutti i modi di sembrare il più possibile giovane e carina, perché, dopotutto, lei è la ragazza di Ipanema.   

Questa donna è un esempio che non è una cosa innocua fare delle altre persone degli oggetti. La sua identità è stata plasmata dalla concupiscenza di due uomini per il suo corpo di adolescente. L’indulgenza in fantasie e la diffusione e la proliferazione di queste fantasie non sono innocue. Vite reali finiscono intrappolate negli ingranaggi; vere anime prendono forma e consistenza, diventando resistenti a ciò che è davvero reale, a ciò che è vero. E possono essere distrutte.

Le persone sono anime, non ruoli

Non è un caso che Hugh Hefner sarà sepolto accanto a Marilyn Monroe. La Monroe non fu solo la pagina centrale inaugurale di Playboy; divenne (e resta) la ragazza simbolo della mercificazione sessuale americana del ventesimo secolo. A quasi sessant’anni dal suo suicidio, resta un’icona sessuale per molte persone, e non una povera anima che conosceva la disperata solitudine dovuta al fatto di essere un’immagine sensuale desiderata da milioni, ma che che pochi amavano davvero. Hefner ha indotto milioni di uomini e donne a vedere le persone nello stesso modo che ha distrutto Marilyn Monroe

Ecco perché, in occasione della morte di Hugh Hefner, esorto noi uomini (e ovviamente non solo gli uomini) ad essere ancora più risoluti nell’astenerci dalle passioni dettate dalla fantasia della carne, che guerreggiano contro le nostre anime — e non solo contro le nostre anime ma anche contro quelle di altri (1 Pietro 2:11). Quando guardiamo una donna, che sia Marilyn Monroe, la ragazza di Ipanema, una collega, una compagna di classe, una sorella della nostra chiesa, la moglie di un altro uomo, o nostra moglie, diciamo a noi stessi e, quando necessario, gli uni agli altri: “Non è la tua compagna di giochi!” Non è un oggetto che a 17 anni usi in modo egoistico per soddisfare la tua concupiscenza e che poi butti via, o del quale a 72 anni non ti accorgi più a causa del tuo egoismo.

Lei non è il corpo della protagonista del tuo spettacolo nella realtà virtuale. Lei è un’anima con un corpo e agli occhi di Dio vale più di tutta la ricchezza del mondo. Lei è una creatura di Dio, non un oggetto per il tuo svago peccaminoso.

Hugh Hefner si definiva “il ragazzo che ha avuto un sogno”. Sì, ha avuto un sogno, ha vissuto il suo sogno e il suo sogno l’ha reso ricco. E’ morto sognando. Solo Dio sa quante anime sono state rovinate e distrutte dal suo sogno. Che Dio ne abbia misericordia.

Jon Bloom (@Bloom_Jon) è autore, Presidente del consiglio di amministrazione e co-fondatore di Desiring God. Ha scritto tre libri: Not by Sight, Things Not Seen e Don’t Follow Your Heart. Vive con la moglie e i loro cinque figli nelle Twin Cities (Minneapolis-Saint Paul).