Come il Salmo 139 mi ha reso una madre (non solo un genitore)

Sono cresciuta immersa nei valori della parità di genere. Ricordo ancora un’accesa conversazione attorno al tavolo da disegno all’asilo nido nella quale io ero la bambina che sosteneva: “Non ci sono colori per femmine e colori per maschi”. Il mio liceo per sole ragazze aveva come slogan tacito: “Battiamo i ragazzi”. Eravamo incoraggiate a lavorare sodo e sognare in grande; a diventare scienziate, avvocatesse e ingegnere. Le nostre insegnanti raramente ci suggerivano di intraprendere carriere tradizionalmente femminili come fare l’insegnante o l’infermiera, e di maternità non se ne parlava proprio.

Abigail Favale descrive perfettamente il genere di femminismo in cui sono cresciuta:

Il classico ragionamento femminista afferma la fluidità dei ruoli sessuali, vale a dire che una donna può fare tutto quello che un uomo può fare. In questo modo viene presupposta una nozione diversa dell’essenza femminile: cioè, nessuna. Donne e uomini diventano invece essenzialmente intercambiabili, essenzialmente uguali. Dato che una donna può fare tutto, non è più niente in particolare.

Di conseguenza, sono cresciuta sganciata dalla mia femminilità. Diversamente dalle altre ragazze, non mi vestivo mai di rosa. Non mi truccavo mai. Non mi sistemavo mai i capelli. Gonne, seni e periodi mestruali erano solo degli inconvenienti di poco conto da superare nel tentativo di “battere i ragazzi”.

Genitorialità: lotta per l’uguaglianza

Da giovane adulta, pensavo che trovare un partner compatibile volesse dire trovare qualcuno esattamente come me, un uomo che condivideva non solo gli stessi valori e credenze, ma anche gli stessi interessi e gusti, lo stesso senso dell’umorismo e lo stesso stile di comunicazione. Credevo che una coppia fosse composta da due persone che lavorano in modo intercambiabile per raggiungere obiettivi condivisi.

Quando poi mi sposai e rimasi incinta, per la prima volta iniziai a capire che il mio corpo femminile era stato progettato con grande dettaglio per uno scopo particolare. Tuttavia, una volta che diedi alla luce il nostro primo figlio, l’allattamento sembrava essere l’unica cosa a distinguere il mio ruolo da quello di mio marito. In qualche modo mi ero avvicinata alla genitorialità con l’idea che la mia relazione e quella di mio marito con nostro figlio sarebbe stata più o meno la stessa, che il nostro “essere genitori” sarebbe stato identico.

Ma le cose non sono mai andate in quel modo. L’approccio di mio marito a crescere i figli era fondamentalmente diverso. A volte avevamo convinzioni opposte riguardo a ciò che nostro figlio aveva bisogno da noi. Mio marito pensava che avesse bisogno di più indipendenza, ma io pensavo che avesse bisogno di più legami. Lui pensava che io fossi troppo tenera, mentre io pensavo che lui fosse troppo severo. A causa di questo, la nostra vita familiare sembrava essere una lotta continua. Le nostre tendenze innate ci spingevano continuamente in direzioni diverse, rendendo il fantomatico obiettivo della “parità” difficile raggiungere.

Maternità: una gioiosa riunione

Avevo letto il Salmo 139 tantissime volte da giovane cristiana. Tornavo ad esso ogni volta che mi sentivo sola, incompresa o smarrita e trovavo conforto nella verità che Dio era sempre con me, che egli mi conosceva in modo intimo e aveva un piano per la mia vita.

Ma negli ultimi anni ho scoperto un significato più profondo del Salmo 139. Ho imparato ad apprezzare non solo le verità esplicite su Dio che il Salmo insegna, ma anche le verità profonde sull’umanità che esso racchiude. Nella mia vita, il Salmo 139 ora è il simbolo di un cambio di rotta completo —una sorta di “conversione”—nel mio modo di conoscere me stessa.

Io sono il mio corpo

Mi sono resa conto che la visione del mondo che ho ereditato allontana una persona dal proprio corpo. Sono cresciuta credendo che il corpo è solo un contenitore a caso che ospita il vero te—la tua personalità, le tue credenze e i tuoi desideri. Pertanto, essere un uomo o una donna è alquanto insignificante.

Al contrario, come Nancy Pearcey spiega nel suo libro Ama il tuo corpo, “La Scrittura tratta il corpo e l’anima come due facce della stessa medaglia. La vita interiore dell’anima si esprime attraverso la vita esteriore del corpo”. Lei argomenta:

L’etica biblica è incarnazionale. Siamo stati creati a immagine di Dio per riflettere il carattere di Dio con le nostre menti e con le azioni del nostro corpo. Non c’è nessuna divisione, nessuna alienazione. Siamo esseri incarnati.

Ciò è evidente dal Salmo 139:1-4:

Signore, tu mi hai esaminato e mi conosci.

Tu sai quando mi siedo e quando mi alzo,

tu comprendi da lontano il mio pensiero.

Tu mi scruti quando cammino e quando riposo,

e conosci a fondo tutte le mie vie.

Poiché la parola non è ancora sulla mia lingua,

che tu, Signore, già la conosci appieno.

Qui non c’è nessun grande divario tra la mente e il corpo di una persona. Dal momento che Dio conosce me, egli conosce non solo i miei pensieri e le mie parole inespresse, ma anche le mie azioni fisiche. Io non sono solo nel mio corpo—Io sono il mio corpo, così come la mia anima. Secondo la Bibbia, i nostri corpi sono importanti perché essi sono i mezzi che Dio ci ha dato per onorarlo e riflettere la sua immagine nel mondo.

Io sono una donna

Nel Salmo 139, il salmista loda Dio per aver creato il suo corpo e la sua anima per uno scopo:

Sei tu che hai formato le mie reni,

che mi hai intessuto nel seno di mia madre.

Io ti celebrerò, perché sono stato fatto in modo stupendo.

Meravigliose sono le tue opere,

e l'anima mia lo sa molto bene.

Le mie ossa non ti erano nascoste,

quando fui formato in segreto

e intessuto nelle profondità della terra.

I tuoi occhi videro la massa informe del mio corpo

e nel tuo libro erano tutti scritti

i giorni che mi eran destinati,

quando nessuno d'essi era sorto ancora. (vv. 13–16)

Questi versetti mi rassicurano del fatto che il mio genere fa parte del disegno benevolo di Dio per me. Non è un caso che Dio mi abbia creato con un corpo femminile. E poiché Dio mi ha fatto donna, i “giorni che mi eran destinati” assumeranno una certa forma. Come Pearcey nota: “La struttura fisica dei nostri corpi rivela indizi della nostra identità personale  . . . Un'etica cristiana rispetta la teleologia [il fine innato] della natura e del corpo”.

Io sono una madre

La “conversione” che sto descrivendo è iniziata perché non riuscivo a rispondere alla domanda Come sono diverse le madri dai padri? Lessi tutta la Bibbia, prendendo nota di tutto ciò che essa diceva sulla genitorialità. Scrissi persino un libro sul tema. Ma non riuscivo ancora a dare una risposta soddisfacente alla questione delle differenze di genere nell’educazione dei figli.

Stavo studiando così attentamente quello che le parole della Bibbia insegnavano (o meglio, non insegnavano) che non avevo notato ciò che le immagini e i simboli della Bibbia presumevano dalla creazione. Avevo diligentemente esaminato il libro della Scrittura ma avevo trascurato di leggere il libro della natura.

Non avevo compreso la realtà che, per usare le parole di Favale:

. . . i nostri corpi ci sono stati donati; in essi è inciso un significato sacro che non è determinato né costruito a nostro piacimento. I corpi parlano il linguaggio del simbolo, con o senza il nostro permesso.

Per esempio, il Salmo 139 fa un parallelo tra il grembo materno e le “profondità della terra” come sede della creazione. Il primo uomo fu formato nel “grembo” della terra, mentre Dio plasmava e dava vita alla polvere della terra (Genesi 2:7). Ogni giorno, la terra continua a "partorire", mentre i semi piantati in essa (o in lei?) spuntano e diventano vegetazione. La donna è paragonata alla terra perché lei ha il potenziale per portare nuova vita nel suo corpo.

È stupefacente pensare che durante le mie gravidanze Dio stesso era all’opera per creare una persona nel mio grembo. Ricordo la mia prima notte surreale da madre, mentre guardavo incantata quel piccolo essere umano che, in modo davvero miracoloso, era appena uscito da me. Mi sentii come Eva, la prima madre, che piena di meraviglia disse: “Ho acquistato un uomo con l'aiuto del Signore” (Genesi 4:1).

Non sono un “genitore”

Sono arrivata a comprendere che la differenza tra madri e padri inizia dai nostri corpi. Durante la gravidanza, sono stata la prima dimora dei nostri figli. Alla nascita, essi sono usciti dal mio corpo. Durante l’allattamento, io sono stata la loro prima fonte di nutrimento e conforto. Naturalmente, i nostri figli vengono da mio marito e sono i suoi figli tanto quanto i miei. Ma la relazione di un padre con i suoi figli inizia da una maggiore distanza fisica, che egli deve colmare con l’impegno personale.

Secondo Genesi 1-2, uomini e donne hanno anche origini diverse: Adamo fu tratto dalla terra, mentre Eva fu tratta da Adamo. Come Alastair Roberts spiega:

Uomini e donne sono stati formati separatamente e in modo diverso; esiste una corrispondenza tra la loro natura e il loro scopo. Di nuovo: l’uomo è formato dalla terra per lavorare la terra, per servire e rendere soggetta la terra. La donna è stata formata dal costato dell’uomo per portare vita e comunione mediante l’unione.

Come madre, io rappresento qualcosa di diverso rispetto a mio marito. Non esiste nessuna “genitorialità” disincarnata, senza genere —ci sono solo veri madri e veri padri, che sono legati ai loro figli in modi diversi. Non dovrei sorprendermi se continuo ad avere un focus “intimo” —un’inclinazione a “far sentire a casa”, preparare cibo e dare conforto e riparo all’interno delle nostre quattro mura. Questo è ciò che il mio corpo ha fatto per i nostri figli sin dal loro concepimento.

Naturalmente, non tutte le donne diventano madri attraverso il parto. Ma anche le madri adottive e le matrigne avranno generalmente le stesse tendenze a causa della loro risposta ormonale naturale ai figli che le chiamano “mamma”. I bambini di cui ci prendiamo cura a volte tirano fuori la madre che è in noi.

Al contrario, mio marito tende a relazionarsi ai nostri figli con un occhio rivolto al mondo esterno. Egli se ne prende cura come il loro rappresentante, colui che li protegge e provvede per loro, colui che li equipaggia con le capacità e la forza di cui avranno bisogno per affrontare il mondo. È così che la sua relazione fisica come padre è stata sin dall’inizio.

Tutto questo ha rivoluzionato la mia comprensione di me stessa e il mio approccio all’educazione dei figli. Non miro più a essere intercambiabile con mio marito. Mi sono felicemente ricongiunta con il mio corpo femminile, e ora intendo semplicemente vivere con i miei figli e relazionarmi con loro in conformità ad esso. E ho imparato ad apprezzare il diverso approccio di mio marito all’educazione dei figli come complemento perfetto e necessario al mio. Abbiamo smesso di cercare di fare i “genitori” e stiamo imparando che cosa significa veramente essere una madre e un padre.


Harriet Connor è la curatrice dei contenuti di Growing Faith e l’autrice di Big Picture Parents: Ancient Wisdom for Modern Life e Families in God’s Plan: 12 Foundational Bible Studies (di prossima pubblicazione, Youthworks Media). Vive vicino a Sydney con suo marito e i loro quattro figli. Puoi leggere tutti gli articoli di Harriet su harriet connor.com.

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